A LA FRONTIERE.

(che sollievo da quando la crusca francese mi permette di scrivere senza accenti!)

devo ammettere che stavo per piangere (anche per il regalo della crusca).
quando le immagini dei solchi della terra erano il segno riproposto dall’artista nei quadri ripresi dalla telecamera e l’ho ritrovato negli spazi che dividevano i rettangoli dei neon nell’installazione site-specific alla Galleria Tommaseo, i rubinetti delle lacrime volevano aprirsi.
si e’ aperta, invece, la voragine sotto i miei piedi ed ho fluttuato nel segno della Kultura.
il film del 1991 di Gabriella Cardazzo, anche curatrice della mostra presentata, dentro il cui contenitore e’ stato presentato, ”TARASEVICZ. An itroduction to the Bielorussian artist Leon Tarasevicz”, e’ stato degno di ogni piu encomiabile presentazione all’installazione di luci al neon che hanno adornato le pareti della galleria Tommaseo, con l’idea di portare la spiritualita’ al tema della frontiera.
togliendo alle icone le Madonne, tutte diverse e che si odiano fra di loro, resta il colore del fondo illuminato dal neon, unico supporto all’idea del sacro che rappresenta. e’ preghiera comune e luogo di preghiera diventa anche lo spazio che la comprende.
nelle immagini del film, le riprese video della natura della terra di appartenenza di Tarasevics si fondono con le riprese delle sue opere che rispecchiano i segni del suolo, degli alberi, del cielo, come a volerli raccogliere tutti senza fare scappare neanche un minimo particolare.
la voglia di potere vedere queste opere, datate dalla fine della cortina di ferro, trova solo l’effimero della luminosita’ di cio che e’ potuto diventare idea.
nel film c’e’ una leggerezza che tradisce la visione di una terra presente nel suo ripetersi e del ”trying to bring the contemporary to thoughts” (cercare di portare il contemporaneo nei pensieri) che gli anni ’90 portavano come desiderio.
oggi i contadini ed i custodi dei boschi non esistono piu’ e non esiste piu’ la visione di una terra tracciata dai solchi e dalle stagioni, senza elettricita’ e con le storie raccontate dai vecchi intorno al fuoco. quel treno che corre veloce nelle immagini del film, tra la neve, ha sepellito gli uomini con i carri tirati dai cavalli (esiste un fiume, al confine tra Polonia e Bielorussia in cui i cavalli sono attrezzati in modo completamente diverso a seconda a quale sponda si appartiene: il fiume e’ lo stesso).
anche le fratture della natura dividono universi.
e’ la determinazione dei padri che educa all’appartenenza.
i contadini non esistono piu’ perche’ nessuno vuole piu’ tracciare i solchi nella terra. troppo faticoso, troppo identificabile con le radici di appartenenza. e’ molto piu’ facile cambiare confini e nazione, anche se costa tirare fuori il passaporto innumerevoli volte dove prima erano i solchi tracciati a definire il raccolto ed i limiti del bosco.
il segno pittorico, anche se solo attraverso un’immagine riprodotta, nella capacita’ della realizzazione video d’arte e docu-film e’ lo scorrere del tempo in un luogo in cui il tempo sembra essere eterno, senza fine.
il richiamo alle avanguardie di quelle latidudini, dopo di loro il nulla, e’ presente nelle pennellate che si smarcano coi colori senza incertezze, trasportantdo tutta l’essenza concentrata nella tonalita’ corrispondente al pensiero del contemporaneo.

il patrimonio di canzoni popolari della Polonia nell’interpretazione contemporanea di Karolina Chica ha colorato di suoni la sacralita’ incantando con la sua voce potente di donna dell’est.
anche lei di Walily, come Tarasevicz (quest’ultimo anche della minoranza bielorussa), passando da canzoni in lingua polacca a quelle di lingua bielorussa ha disegnato i confini del linguaggio nella diversita’ della lingua, appartenente ad una stessa terra. quando, pero’, si e’ ritrovata a dover proporre un canto appartenente alla sua citta’, ne’ il polacco e neppure il bielorusso l’hanno aiutata, ma una canzone degli ebrei. ho tremato.
lo yiddish in tutta la sua prepotenza si e’ presentato.
ecco, di nuovo, il potere della Kultura, quella con la K maiuscola.
non mi sono permessa di piangere perche’ il godere era troppo cerebrale, ma di nuovo, tra quelle quattro mura, ho potuto assaporare il privilegio di esserci. di certo non era il pubblico dei concerti sbandierati agli intenditori o fruitori del ramo, piu’ il pubblico delle gallerie d’arte, ma il prodotto offerto era dei livelli della grande tradizione folk-rock, con la maniera di chi ama contaminare.
one-woman-band che tradisce ore da musicante.
avrei voluto ballare qualche passo tradotto dal polacco, ma ho accennato qualche passo di kolo, reinterpretato perche’ il tempo non era dispari.

sono stufa di fare gli elogi di Trieste Contemporanea, non riesco neppure piu’ ad ascoltare la mia voce, ma qualcun altro mi ha supportato nelle mie declamazioni.
sempre una donna, Emanuela Marassi, triestina che tratteneva a stento le emozioni vissute, mi ha detto: ”In certi momenti mi sembrava di sentire mia nonna cantare…Questo e’ nostro!”
allora non e’ solo una mia allucinazione?
vivere sulla frontiera, cancellandola con varchi e contrabbando.
la Kultura-con-la-K (anche i trattini ha eliminato la crusca francese) di Trieste ha un luogo dove identificarsi.
e’ surreale quello che avviene, al di fuori di quel luogo potrebbe esserci il deserto (ed a parte qualche movimento storico o qualche tentativo sotterraneo, cosi’ e’) e basterebbe alla propria autosufficienza.
e’ porta sull’est e ne e’ vestale. incontrastata.

il surreale prende corpo sostanziale nel camminare con Costanza e Massimo per le vie di Cavana parlando dell’archeozoologia di Alfredo Riedl, triestino e della sua collezione di arte africana kitoko Congo.
non solo surreale, ma anche africano.
non solo la triestinita’ in sobbollizione, ma anche le radici africane si sono messe di mezzo: ne’ capo ne’ coda, ne’ sopra ne’ sotto, di traverso, perfetto per le strategie oblique di Brian Eno.
pezzi di legno grandi come un tasto di pianoforte con un piccolo disegno di un soldatino su uno dei lati inferiori…un gioco? ma il pianoforte riproposto come immagine che c’entra?… arte africana degli anni ’50…oddio esiste anche arte africana antica? a parte le ossa e la Lucy, chi ha deciso della sua storia? di nuovo la presunzione bianca a definirne il pregio?
un austriaco di Trieste che collezionava arte africana oltre alle ossa.
bene, uno dei cassetti della scatola cinese di Trieste, aveva un nascondiglio segreto conservato in una chiesa luterana.
solo i neofiti potrebbero cercare di ricostruire un puzzle: i cassetti si incastrano ed i mille universi di una citta’ che ha subito tutta la violenza di una pianificazione estranea alla sua cultura che si ostina a pensare che bisogna seguire le regole di chi non sa come canta una nonna, pretendendo di affidarsi a modelli dell’occidente in affanno.
stiamo bene di casa, anzi i Polacchi od i Bielorussi sanno molto meglio come si sta bene in casa di chi proviene da oltre l’Isonzo.
e’ questione di miscela di caffe’ e delle sue infinite alternative.
oggi ho visto il logo del ‘capo in B’ costruito insieme a Cecilia sulla vetrina di Bar Willys e ne sono, pienamente, orgogliosa e soddisfatta. manca il mare e le onde che mi sarebbero piaciute, ma c’e’ la schiuma ed e’ inconfondibile.

scusate, ma il bielorusso, come lingua, non e’ russo?

 

pubblicato su facebook il 19 fabbraio 2016.

 

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(elisa)Betta Porro