acqua fresca.

se la musica jazz-fusion mi va giu’ come fosse acqua fresca, credo che il mio cognitivo abbia avuto complicazioni.
quando poi mi ritrovo con Imma, mia madre, seduta accanto ad ascoltare il concerto ed i suoi ‘bravi! bravi!’ ne sottolineano tutta la durata, capisci che non e’ solo colpa tua.

da una decina di anni ho imparato a seguire TriesteLovesJazz Festival e quello che ha proposto, spesso senza conoscere chi avrei ascoltato e le delusioni non sono state molte.
forse nell’ultimo paio di anni la qualita’ non era quella degli esordi, ma, ieri sera, si sono fatti perdonare.
forse, ieri sera, ho ascoltato il concerto di jazz-fusion piu’ bello presentato in piazza Verdi a Trst.
professionisti che non si sono risparmiati nelle quasi due ore di concerto e, seduta in prima fila (e’ un must per Imma!) ho lasciato che l’acqua scorresse dentro al corpo e ripulisse il cervello.
”Sono matti!” sottolineava Imma, felice di essere stata costretta a lasciare la poltrona di casa.

non so se sia cosi’ importante riportare i loro nomi perche’ le loro trame musicali vivevano di luce propria.
quattro musicisti sul palco.
sul batterista e’ tutto poco quello che si puo’ raccontare: non credo di averne mai visto uno, in precedenza, che fosse quasi immobile se non per quel minimo di movimenti concessi al corpo per inseguire le bacchette. la bravura totale stava nell’essere quasi impercettibile quando gli altri musicisti soleggiavano, per emergere determinante, incalzante e sinuosa nei momenti degli spazi a lei dedicata.
la faccia del batterista era lo spettacolo da vedere.
quasi assente ed impegnato a masticare il chewing-gum piuttosto che a voler battere i colpi: quelli venivano da soli e lui con aria alquanto distaccata li inseguiva senza fare il minimo sforzo. nessun ammiccamento al pubblico e nessuna intenzione di predominare sulla scena, solo sottolinearla con discrezione e forza determinante.
quando ho scoperto che, in alcuni momenti, non si capiva che chi suonava era lui od il contrabbassista, un sussulto di libidine mi ha vervaso il corpo. al contrabbassista era gli unici sorrisi fugaci che lui dedicava perche’ divertito da quello che erano riusciti a combinare. poi rientrava sotto il fazzoletto da pirata a masticare.
Imma divertita anticipava i colpi con la mano che teneva la sua bacchetta immaginaria e spesso ci azzeccava. quando non riusciva era perche’ le avevano cambiato il ritmo.
l’unico gesto fuori postura grassottella e’ stato quando si e’ asciugato il sudore con l’asciugamano.
ero sicura che era il batterista di Carlo, mio padre, quello che non aveva bisogno di spargere testosterone nella sua postazione sul fianco del palco.
sull’altro lato la sua antitesi, il pianista.
quello piu’ esuberante, forse perche’ italiano e la camicia blu con disegnini bianchi ne tradivano l’essere fighetto nonostante il beretto da rapper.
mi sembrava non centrasse molto con lo stile degli altri, perche’ le sue zampate sul pianoforte erano alquanto poco vellutate anche se virtuosissime. e’ quando ho ritrovato dinamiche di musica contemporanea che sono riuscita ad immetterlo nel contesto. quasi un elemento estraneo che suonava con un alfabeto diverso, ma l’indubbia capacita’ gli permettevano di dialogare e di inserirsi nel poema che stavano declamando.
in mezzo al palco le corde: il chiterrista ed il contrabbassista.
fisicita’ in contrasto: muscoloso e operaio l’uno, alto e nobile l’altro.
perfettamente comunicanti.
la discrezione ovattata del contrabbasso, quello che rubava sorrisi anche al batterista, contro la predominanza dei virtuosismi di una chitarra che ha fatto sentire di ogni. nei pezzi autografati verso il rock al suo meglio, ma capace anche di offrire tappeti quasi impercettibili, come uculele hawaiano (forse da qua quel senso di accqua che scorre giu’ dalla bottiglia mentre si beve per calmare la sete).
e’ quando ho cercato la tromba che sembrava che stesse suonando senza essere presente, mi sono accorta che erano le dita che soffiavano sulle corde, scorrendo come fosse vento a schiacciare sulle note. non avevo mai pensato che si potesse soffiare il suono su una chitarra! e’ facile poter pensare alla velocita’ del vento che scorre sulle corde, ma che le dita fossero anche in grado di creare soffio mi era impensabile.

c’era qualcosa che non mi tornava nel chitarrista per essere uno che avesse bevuto jazz nel biberon (d’altronde Francese).
c’era qualcosa nella divisione dei musicisti, artisti, sul palco che cercavo di capire. certamente tutte del grado di star, ma qualcuno che accomunava di piu’ a qualcun altro e non era solo il colore della pelle o, forse, lo era.
la disposizione sul palco era perfetta: uno rimandava all’altro con tutti i significanti delle individualita’ strutturate, ma pronte a trasformarsi a servizo dell’altro.
i piu’ lontani il batterista, Lenny White ed il pianista, Antonio Farao’; molto vicini, quasi uno, il contrabbassista, Ira Coleman ed il batterista; piu’ simili il chitarrista, Bireli Lagrene ed il pianista.
e’ mentre che sto scrivendo che ho capito che il palco era diviso perfettamente a meta’: da una parte gli Americani, con il jazz nel biberon, dall’altra gli Europei, con il jazz indotto.
c’e’ chi suona con il respiro della pelle: il groove.
c’e’ chi suona con il cervello: il visrtuosismo.
non c’e’ nulla da fare, i significati delle radici tornano sempre.
tutto il jazz mangiato nei panini della merenda, invece di mangiare pane e volpe, me lo sono ritrovato come acqua fresca a dissetarmi ancora una volta.
il viso stanco di Carlo, mio padre, rischiarato da un sorriso di soddisfazione dichiarava la complicita’ di fonti a cui dissetarsi.

certo che la piazza ha fornito la sua magia, nonostante la bambina cinese con le sneaker rosa neon ed il bimbo biondo con la camiciola a quadri celeste, che giocavano insieme di fianco al palco e che distorcevano la melodia inopportunamente, nonostante il mio essere malata di noise.
noise dei motorini che non ha disturbato affatto il concerto del duo Angelo Comisso-Giulio Centis, un paio di sera fa, nel parco (si fa per dire) del museo Sartorio. solo la determinazione nel volerli ascoltare mi ha trascinato in uno dei luoghi piu’ infelici per mettere un palco. neanche Saturno contro riuscirebbe a trovare dimora, tanto meno i prodotti autoctoni proposti per TriesteEstate. l’assurdo e’ che in piazza Verdi si propongono gli spettacoli delle scuole di ballo. meno male che ci risparmiano la danza contemporanea.
seduta sul pozzo, per evitare le pareti di facciate incombenti, con un lumacone senza casa che stava per strisciare sul mio polpaccio, gli ominidi del sud che non hanno mai imparato a parlare a bassa voce ce l’hanno messa tutta a rovinarmi l’ascolto.
”La pizzeria e’ fuori di qui!” era troppo sottile come suggerimento.
”Se non smettete chiamo il guardiano!” mentre la mia zitellaggine si acuiva.
”Il guardiano?…Dove siamo, in carcere?” i luoghi frequentati erano stati enunciati.
dopo il braccio di ferro, si sono allontanati, chi con il borsello a tracolla, chi con il marsupio con andatura da gallo, tipica da passeggiata nel corso principale, magari sotto una copola.
stonavano in tutto.

nonostante le zanzare umane e quelle animali, il luogo poco adatto, il concerto ha retto, determinato a costruire il racconto.
in evoluzione il loro linguaggio con la indiscussa bravura di Angelo Comisso, forse un po’ troppo prevalente.
c’e’ stato un suono, pero’, che mi ha fatto sobbalzare, come una lamella di rame vibrante dentro le corde del piano: il suono processato di un intruso delicato a catturare le vibrazioni subite.
un suono evoluto e con l’intento di essere sempre piu’ presente nel dialogo instaurato tra l’analogico ed il digitale.
in evoluzione anche il duo.
non acqua, ma aria vitale, inquinata dal contemporaneo, per rassicurare e stimolare le mie sinapsi.

l’acqua fresca della fonte, l’aria inquinata dal caos.

 

postato su facebook il 18 luglio 2016

(elisa)Betta Porro

0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*