analfabetismo.

quanto il giornalismo italiano fosse desueto e di parrocchia (con le dovute eccezioni che confermano la regola) e’ indiscutibile, ma la disonesta’ intellettuale con cui il TG3 ha abbinato le scelte politiche sui rifugiati della Merkel all’emotivita’ che una foto, fatta girare su fb, ha creato sull’opinione pubblica e’ da analfabetismo. probabilmente l’ha scambiata per Cameron.
non si e’ neppure lasciato sfuggire l’occasione di riproporre la foto del cadavere di Alan Kurdi, adducendo alla ‘foto del bimbo’, ma il bimbo ha un nome!

1- la Merkel ha aperto le frontiere quando ha capito che l’opinione pubblica, comunicando attraverso i social media che, grazie a personaggi pubblici come Til Schweiger esprimevano il dissenso contro i nazisti mettendoci la faccia e le proprie risorse, non era piu’ condizionabile a scelte politiche superate dai fatti;
2- solo un terzo della popolazione tedesca e’ contraria all’aumento degli stranieri in Germania contro un terzo favorevole ed un’altro terzo che pensa che le quote stabilite siano sufficienti;
3- come Schulz, tedesco, il presidente del parlamento europeo, abbia tirato le orecchie ad Orban, presidente dell’Ungheria, che pretendeva di essere l’unico a stare alle regole europee e’ un fatto di ieri e nulla ha a che fare con la foto che ha turbato le mille ipocrisie;
4- i media tedeschi si interrogano anche sulle soluzioni di case per rifugiati andando alla ricerca di chi offre soluzioni: IKEA ha gia’ le casette pronte, dei progettisti di Graaz hanno delle soluzioni con i container (Freitag insegna), tende avveniristiche tipo igloo giganti comunicanti fra di loro e modificabili secondo le esigenze sono quelle di un tedesco;
5- il Bayern Monaco ha offerto, oltre a denaro, la possibilita’ ai rifugiati di frequentare i campi di calcio e corsi di tedesco;
6- non c’e’ giorno che Sahra Wagenknecht, parlamentare della Linke, non chieda lo stop alla produzione di armi;
7- borse lavoro e formazione sono in atto per i rifugiati che sono gia’ in Germania e, anche se c’e’ lo spauracchio di dover ritornare nella propria terra come per i serbi, gli imprenditori ed i sindaci tedeschi sanno che il mantenimento dello stato sociale tedesco avverra’ solo grazie all’immigrazione (compresa quella italiana!).

TYPOS presenta, invece, dentro i container davanti alla stazione Rogers di Trieste, le opere grafiche di artisti in abbinamento a piatti di chef stellati.
sopra i container un gruppo rock-blues che suona.
non ci sono i piatti da assaggiare, ma si possono leggere le ricette che stimolano la saliva (soprattutto la zuppa di tocai con ricci di mare!) e ci si accontenta di alcune opere: il riccio, il video con gli aculei del riccio e il poster di cartone con i nove quadrati bucati da viola e fragola, la collana cervo, le foto di beauty fatte con gli ingredienti scomposti.
nulla di americano per sostenere il blues, solo la birra da comprare dall’altro lato della strada a quattro corsie.
va bene che il rock va bene per tutto ed quelli che suonano potrebbero essere gli amici di Stulle, il grafico per cui TYPOS e’ nata, ma una qualche forma di analfabetismo stride o, forse, e’ solo presunzione a fin di bene.
10 minuti o forse 15 e tutto e’ visto.

trasferita senza teletrasporto, ma con le ruote della fedele A3 ed i suoi quasi 520.000 km, al museo della guerra e della pace (???) Diego de Henriquez (dichiaro la mia ignoranza) solo perche’ ci sono Sara Alzetta e Giulio Centis a presentare l’ultimo viaggio del Baron Gautsch, affondato da una mina, quando, all’inizio della prima guerra mondiale, centinaia di persone, profughi in fuga dalle zone di combattimento, cercavano di salvarsi.
la nave del Lloyd Austriaco salpo’ da Cattaro e non giunse mai a Trieste.
io non sarei mai venuta a visitare il museo della guerra e, ipocritamente, della pace, che mette in bella mostra nell’insegna all’entrata i colori dell’arcobaleno. la sua miseria e’ presente in quel po’ che ho visto come le bacheche di plexigas ed i dipinti dei soldati che circondano la sala dove le solite file di sedie sono state sistemate per potere assistere alla rappresentazione.
il racconto scivola leggero e Sara da’ voce alle testimonianze dei diversi personaggi sopravvissuti e alla storia dell’affondamento destreggiandosi con perizia e scuola, asciutta ed efficace spostandosi dal leggio alla scrivania delle testimonianze con fare sicuro.
nessuna sbavatura, nessun compiacimento.
e’ la musica, pero’, che mi aiuta a seguire il racconto. un tappeto discreto che funziona anche nei silenzi in cui aspetto il suo procedere.
ci sono vari punti da sottolineare, ma uno fra tutti e’ il primo scarto con suoni bassi quando viene nominata piu’ volte la guerra. e’ un suono che verra’ poi ripreso, ma l’avrei voluto sentire ancora da solo, nella profondita’ degli abissi.
gli abissi che mi vengono di continuo buttati in faccia delle migliaia di corpi che galleggiano sulle foto dei rifugiati che popolano il mio presente.
i suoni dimessi della musica che vorrebbero scoppiarmi nel cervello controllati con rispetto e misura nella storia raccontata.
il piacere di trovarsi nella conoscenza dell’alfabeto di recitato e suonato e’ il conforto.
nonostante la mialgia della fibra cerchi di far trovare una qualche posizione alla mia spalla destra inserendosi dentro allo schienale della sedia e faccia di tutto per distrarmi e farmi andare via, il prodotto fruito e’ sufficiente a calmare il fastidio.

il fastidio per l’analfabetismo, invece, che provo nel vedere che nei musei della guerra e… della pace non si prendano iniziative concrete per cio’ che sta succedendo in Europa, come se l’unico motivo della loro esistenza siano le celebrazioni del passato, mi crea l’ennesima allergia all’ipocrisia.
i direttori dei musei della guerra dovrebbero essere in prima fila nell’offrire rifugio e cultura della pace, ma l’unica cosa a cui pensano e’ a stipendio, ferie e pensione.
l’analfabetismo e’ dilagante, soprattutto quello con la laurea ed il posto da direttrice/direttore!
non sono stata suffientemente punk a strappare dalla scritta del museo la parola pace per farne poi un bel ciondolo da mettere al collo del primo che avrebbe usato dire qualcosa o far chiamare i pompieri perche’, nonostante ci fossero ancora delle sedie libere per assistere a ‘L’ultimo viaggio del Baron Gautsch’ ci si e’ avvalsi sul numero di biglietti venduti per la sicurezza.
la sicurezza di chi e di che cosa?
di mia nonna in cariola?
di tutti gli ipocriti che pretendono il diritto di stare nel luogo che gli viene concesso per nascita come titolo nobiliare?
di chi non distingue la minestra dal pan bagnato?
di chi riceve perche’ della parrocchia giusta?

dell’analfabetismo e degli analfabeti?

 

 

pubblicato su facebook il 5 settembre 2015.

 

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(elisa)Betta Porro