calici di stelle.

poche stelle, molti calici.
le comete troppo lontane per l’amicizia cosi’ palpabile e senza freni.
nettare divino non proprio all’altezza, ma poco conta quando intorno a te hai i visi di persone che contano per te.
quando la maestra mi ha invitato a prendere il tavolo dove si offrivano i vini ero eccitata come una vergine al ballo delle debuttanti.
vergine non proprio dal tempo che fu, ma compiaciuta di poter essere all’altezza della maestra: non c’era nessuno a cui servire.
eppure, rovistando nel frigo, ben poco frigo, non so perche’, un’etichetta argentata, con una grafica di un marketing dubbio, mi diceva di mettere la bottiglia al fresco.
poco fresco nella glacette che ormai conteneva solo acqua e bottiglie accatastate senza una logica.
il colpo da vera maestra e’ stato quando, nella sua preparazione debordante, ha introdotto bicchieri e bottiglie di acqua ghiacciate: avremmo, finalmente, potuto degustare ad una temperatura confacente.
nel frattempo chiacchere mischiate a ricordi ed al retrogusto dell’invidia che nulla puo’ perche’ la competenza e’ talmente tangibile da diventare insopportabile. non certo per me che ci sguazzo beata do ve trovo significato ed esplicazione di potenza.

e’ stata la seconda sera all’insegna di incontri amichevoli e d’amicizia.
nonostante non creda, assolutamente, che questo ruolo, quello dell’amico, possa appartenere al femminile (se non nella sorellanza, lasciando al maschile il ruolo di creare amici-perche’-non-nemici) la godibilita’ degli incontri amichevoli non hanno bisogno di cristallerie e ceramiche (anche se non disdegnano affatto il loro uso!)
stasera la pleskavica e la malvasia di degna nota,
ieri sera la musica, il pesce e le bollicine annacquate con ghiaccio e menta (niente Ugo perhce’ mancava il succo di sambuco).
stasera nella dimensione di un panino gustosissimo, ieri sera nel finger-food ammiccante.
si tratta sempre di compagni di-vini.

solo la musica di PaSKa, ”el mio picio”, mi ha tirato per le orecchie fino a Muggia, ieri sera.
la collocazione nella terra di mezzo, tra il capitale dei finti comunisti (come suggeritomi) ed il mare della mia pelle bianca ipocrita, un tavolo attaccato al mare in cui stavo a mio agio tra la bellezza di donne autoctone ed una importata. l’ennesima situazione per sentirmi deficiente nel non sapere lo sloveno.
anche al tavolo dei capitalisti-finti-comunisti c’erano amiche ed amici che ammiro e rispetto, ma il non ritrovarmi li’, per caso o per scelta, era un sollievo, ormai non piu’ bella statuina da essere messa in esposizione.
non espongo piu’ nulla.
nella terra di mezzo l’arte e la danza erano il collante.
forse l’unica che ha la scuola di danza contemporanea era seduta vicino a me e ne ero felice ed onorata.
galeotto fu David Byrne (o Talking Heads, non so) ed il mio fremere di stare seduta a tavola e’ scaturito: non potevo non ballare (per me e per il dj!).
e’ stata un’escalation (lo so, da far arricciare il naso ai puriti!) di ritmo e pretesa: tra il rituale ed il non lasciare sguarnita la pista (c’erano regole precise tra danzatori e djs).
il problema erano i Simple Minds che non erano stati previsti (tirata di orecchie d’obbligo), ma chi e’ pezzo del mio cuore avrebbe risolto la mancanza.
il ballo era difficile e poco ammiccante, non certo per me e per il mio corpo che si e’ liberato anche dell’abito Mara Pavatich, uno di quelli che mi risolvono sempre le serate pre(ten)ziose.
in top e pantaloni di seta indiana azzurro cielo non sudavo piu’ e non avevo piu’ bisogno di mantenermi nella decenza dell’essere presentabile.
impresentabile, insieme al corpo ed all’anima, dopo Bacco e tabacco, Dioniso avrebbe benedetto ed unito nella danza.
…e cosi’ fu.
Simple Minds all’attacco per scrollare chi so non avrebbe potuto resistere ed un crescere fino a Siouxie.
”Se mi metti Siouxie ti bacio in mezzo alla pista!”
nonostante la minaccia ”Christine” e’ sopraggiunta (guarda caso il nome della sua donna!) e… ”me son sbasuciado ben ben el mio picio, en mezo a la pista!”
quello che e’ avvenuto nel frattempo e’ quasi indicibile e sarebbe anche tradire le confidenze di donne che mi si avvicinavano e, ballando, mi raccontavano i loro sentimenti.
quando, pero’, la regina della festa, era pronta per un ballo che mi ha concesso (o io ho concesso a lei) mi era ben chiaro che, nonostante tutte le sovrastrutture che uno aggiunge al proprio ruolo, quando si ritorna alla propria essenza e’ il bene che prevale e tutto intorno si cancella.
solo per qualche minuto, quello che si e’ e si e’ stati annullano tempo e convenzioni per ritrovarsi ad essere felici come adolescenti.
”E’ bello vedere qualcuno che balla nel modo del punk!”
”Grazie bellezza” e lo era veramente ”punk lo sono!”

tanti calici e poche stelle.
alle comete ed ai desideri ci pensero’ domani.

 

la pleskavica gioca a ping pong.
il sonno non arriva e distesa nel letto ho il nero intorno.

nero il mare su cui si riflettevano le luci avvelenate dei rottami industriali nel mezzo di uno scenario post-capitalista., mentre il cameriere serviva le delicatezze dei finger food irrorati di prosecco.
nera la vecchia audi con cui scorrazzo ed accellero senza ritegno perche’ lei risponde ancora prestante e potente e mi guida a casa, salva anche dalla scocciatura di pattuglie che potrebbero costringermi ad un palloncino traditore.
(una signora cosi’ per bene non potrebbe mai essere alla guida di una macchina dopo aver esagerato un po’ ad alzare il gomito!
il guaio e’ che da queste parti credo che scorrazzino un bel numero di signore alla guida, di notte, con i limiti di alcol sforati pronte a fare le santarelline ed a raccontare la storia dell’orso, anche questo nero.)
prima o poi in un bel buco nero, reale o metaforico, ci finiro’ tra alcol e piedino fallico sull’accelleratore!
nere le perle grosse vicino al cuore rosso della collana della Li che spiccava ed adornava il suo decollete’, come pure le decollte’-sabot tacco dodici (forse dieci) di Graziella che sospiravano per una sedia.
a ripensare quanto lo stile delle due signore fosse lontano dall’allestimento che le circondava, dove la pro-loco aveva appeso i manifesti per i turisti, che inneggiavano alle bellezze di Duino, rivedo il porta candele nero a forma di rosa, dove ho anche osato spegnere una sigaretta ed infilarci dentro la cicca.
nero anche l’abito della signora bionda, felice di aver riscoperta la capacita’ di potere essere ancora provocante, anche lei messa da parte (notare il mio non usare la parola a me tanto cara rottamare!) da chi riteneva che necessitasse carne piu’ fresca (mentre io spero riesca a prendere solo pesci in faccia come un salumiere-bottegaio si merita).

nero come il cielo per vedere le stelle cadenti.
nera come l’anima africana inchiodata addosso.
ormai e’ l’alba.

scritto su facebook l’11 agosto 2015.

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(elisa)Betta Porro

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