ci sono cavoli e cavoli.

Imma, mia madre: ”Che cavolo vuoi?…non ho cavoli. Li ho eliminati e fatti fuori affinche’ nessuno potesse chiedermi: che cavolo hai?”

penso a quello che, a Syngapore o altro luogo dell’est asiatico, si porta a passeggio il cavolo su rotelle al posto del cagnolino.
c’e’ anche Omero, il barbone di Davide Toffolo, che sorride beffardo sulla cima della montagna, tra le nuvole grige ed imita Giove.
c’e’ anche Kurent di Sasha Kerkosh (‘h’ al posto della fantomatica stresciza!), che schizza il dio mitologico slavo del piacere e degli eccessi, quello che tra qualche giorno spazzera’ via l’inverno con il suo bastone ed aizzera’ gli istinti.
c’e’ il segno dei fumettari a confronto: lui con un estremo tratto femminile sulle tracce della classicita’ del comix: lei con estremo tratto maschile sul ciglio tra fumetto e grafica con tutta la tradizione della scuola slovena.
Trieste Contemporanea presentava ‘VIVAIFUMETTIVIVAL’ANIMAZIONE’.
nessun cavolo con lo spritz.

cavoli a merenda di fronte alla ‘tortiera’ con gli ingredienti che avrebbero voluto alludere ad arte. cavoli con crosta.
cavoli del gallerista che dopo aver ospitato la mostra di Manolo Cocho vede imbrattare le pareti della galleria con le opere di chi non e’ all’altezza di una mostra personale.
cavoli amari quelli che ci avrebbero spettato in una serata alcolica tra due pantere grige, un uomo ed una donna ed una bella giovane donna, quasi ancora ragazzina, ma pronta a fare scelte drastiche.
siamo stati patetici, noi pantere grige, nel pretendere di ruggire piu’ forte, che per non riuscire a consumare il pasto proibito e chi nel presentare la vacuita’ e la nullita’ della ricerca di amore perseverando a ricalcare le orme dell’imposizione piu’ confacente al controllo sociale.
cercare cibo e cercare alcol nel randagismo triestino di un incontro casuale.
”A Trieste noi riusciamo a parlare, quello che non riusciamo a fare a Firenze o Roma, noi Ungheresi.” ha risposto la ragazza bionda incontrata davanti ad uno dei locali di rito dell’ultimo bicchiere, ormai in chiusura.
rifiutati i bicchieri di plastica, nel cazzeggio di una serata senza senso compiuto, quando l’assillare di un vecchio verso le due ragazze ungheresi mi e’ sembrato un po’ troppo esagerato, ho messo la mia gamba tesa scatenando l’aggressivita di un cane attizzato.
”Sei stupida.” uno dei tanti improperi ricevuti e scrollati di dosso come gelatina che si srotolava, se non fosse stato che al compagno della serata, pantera grigia sradicata dagli anni settanta romani, gli prendesse il guizzo di prendere le mie difese. i latrati e l’ululare con i visi ad un centimetro da loro, mi hanno impietrito perche’ non mi aspetto piu’ il prendere le mie difese di un cavaliere. durato qualche decina di secondi lo sguinzagliare delle invettive, ci siamo allontanati dalla scena del surreale, rifugiandoci nella propria bolla d’aria che avrebbe, ben presto, preso le fattezze della propria casa.
incontri fortuiti, fortunati e quasi fottuti.

forse perche’ ancora nella mia bolla d’aria alcolica, forse indispettita dal dovere tornare a casa per poi ritornare in teatro a godere di ARIA, mi sono ritrovata di fronte ad una bolla d’aria era disegnata dai drappi in cui le danzatrici aeree cercavano di portare freschezza alla tortiera di musica antica. le giravolte della grazia offerta, anche se con costumi da vispa Teresa,
non sono stati sufficienti ad ossigenare e rinfrescare l’antico.
non voglio infierire sul piffero stonato e sulla divisione manichea del palcoscenico, anche se lo sguardo incuriosito dei musicisti verso le volteggianti nell’aria dava genuinita’ all’accadere.
nessun pifferaio magico nell’aria.
forse la cosa piu’ bella il titolo, aria, ma aria diversa volevo per me.

il giorno dopo, nel brindisi di compleanno, l’analisi d’equipe con Roberta mi ha ossigenato. talmente tanto l’ossigeno che mi ha inebriato. non ricordo molto del percorso di parole, ma tanti significati si sono incontrati nel significante di ognuna delle presenti. la bellezza del dialogo per (ri)conoscersi e (com)prendersi. dietro la guida ed il sorriso consapevole di chi ha conoscenza e la dona.
sarebbe stato piu’ che sufficiente pe cambiare aria, ma non sapevo quello che la serata mi avrebbe riservato.
avrebbe suonato un gruppo suggerito da uno di pochi complimenti ed il fatto che fossero del sud trasferiti a Parigi era un valore aggiunto perche’ disposti a giocarsela.
il solito disguido tra l’orario pubblicato su faccialibro e quello del reale, ma una birretta rossa con la festeggiata avrebbe ingannato l’attesa insieme alle chiacchere con bellezze triestine, anche loro erano li’ per vedere il concerto.
la cosa che subito mi ha colpito e’ stata la disposizione degli strumenti che supponeva il gusto dell’inserimento in un ambiente non molto adatto per fare musica. messi ad angolo, quasi a voler snobbare il pubblico ma volendo invadere lo spazio.
stavo per uscire a fumare una sigaretta quando il loro incedere mi ha bloccato la strada. mi sono fermata, ho girato su me stessa, quasi a no volere rivedere quello che mi stava venendo incontro: le giacche nere, le cravatte, i papillons, le camice bianche…quando si sono sistemati ed alcuni di loro si sono seduti, la galosce bianche.
da doversi pizzicare per vedere se si era svegli.
tanti cavoli per me ed il resto del pubblico femminile ed il rammarico, dopo tempo immemorabile, di non essere in giarrettiera e poter sfornare ancora quei pochi attrezzi a disposizione davanti a tal invasione.
incuranti e avezzi alla reazione provata hanno incominciato a suonare per voler far dimenticare la loro bellezza e proporne altra. si’, c’era, bravi e belli, accurati fino allo stucchevole.
per tutto il concerto o li guardavo (e pensavo ad altro) o sentivo la musica guardando da un’altra parte. ho proceduto a fasi alternate, ma la bravura era indiscutibile. tutti bravi, ma il batterista aveva anche qualcosa in piu’ quando no era pulito e squadrato, osava sporcare con maestria, rientrando subito in riga, quasi temesse di prendersi le sgridate.
il teatro per loro ci sta tutto, ma ovunque si piazzino diventa palcoscenico. il brusio del locale li avra’ infastiditi, avrebbero preferito il ritrovarsi lo scarto con una platea, ma le potenzialita’ emergono quando qualcosa fa deviare dall’ovvio e non ci si preoccupa se si sente il violino oppure no. il maggior tributo e’ stao l’essere stati graziati da balli improponibili ed inappropriati.
lo spazio era per loro.
verso gli ultimi tre pezzi, ascoltavo quasi solo la musica e l’ultimo pezzo, nella diversita della composizione, quella che non vuole permetterti di trascinarti nel ritmo danzato, e’ stato quello che mi ha fatto decidere di comprare il CD (sempre secondo la logica che, ormai, compro solo dischi dopo essere stata ad un concerto, esattamente, al concerto).
un’ora e mezza scarsa, tutta di un tiro, piena di musica da morsicare tanto corposa e densa era elargita.
corsa dal tenutario del locale era d’obbligo il mio: ”Ci vorra’ un bel po’ prima che riuscirai ad avere un gruppo di questo livello.”
non molto afferrato nel campo mi sento rispondere: ”Hanno suonato poco per il sound-check di tre ore che hanno fatto.”
”Professionisti.” ho risposto quasi stizzita.
i complimenti non si risparmiavano, soprattutto da tutti i musicisti venuti ad ascoltarli anche se quasi tutti maschi. le donne navigavano con gli occhi dolci ed anche loro in cerca del loro reggicalze.
non ho potuto fare a meno di porgere i complimenti al batterista e nel mio biascicare, dopo essermi dovuta accontentare solo di Ugo, ho cercato di dirgli quello che pensavo ed ho avuto una risposta piu’ che soddisfacente, ma quando, sempre nel mio sproloquiare, dicendo che tanto il disco non lo avrei ascoltato, ma lo avrei messo sulla pila di CD da ascoltare, incuriosito mi ha chiesto il perche’. ”Perche’ mi perdo dietro al noise ed ad ascoltare quello che mi capita e non conosco”.
quando pero’ tra le cose del mio ascoltare e’ venuto fuori il nome di Le Bal Rital, anche loro che vivono a Parigi e anche loro del sud (insistevo col dire che fossero salentini oltre ad aver storpiato il nome in Le Bal Rit’u’al), lui mi dice: ”Io suono con loro.”
non c’era piu’ niente da dire: ancora una volta l’orecchio aveva sentito un mondo infinito anche se corrotto dal guardare e dal rispecchiarmi nel sorriso inebetito delle altre.
dimenticavo, sono i Guappecarto… e non resta che giocare con il cartone perche’ i guappi sono per le pupe.
ahime’, oltre a pantera grigia anche giaguara-cougar, avrei potuto tentare anche di fare la ‘groopie’ e seguirli quando avevo ancora l’illusione dipinta sul viso, invece non mi restava altro che identificarmi con le gambe buttate dentro la pattumiera, con le calze a righe rosa e nere e le decollete’ nere

l’odore dei miei cavoli era diventato insopportabile e mortificata nel camicione verde militare vintage’80 ho abbandonato le altre ai cavoli loro.

 

pubblicato su facebook il 17 marzo 2016.

 

10329305_10207104208656024_7279989325568856766_nimages-574959_10207104207175987_8812784379527208015_n

 

 

 

(elisa)Betta Porro