…e che balkan sia!

 

  • nel disintegrare la presunzione resta il machismo e le lacrime dell’anima.
    almeno e’ chiaro. non e’ ipocrita.

    nella rivoluzione della patata la risata crassa.
    nel rosso e nero il cuneo del costruttivismo riporta alla risata facile, ma il significato resta: spezzare i bianchi.
    Lynnch graffia, ma e’ composto solo di mattonelle che avrei voluto collezionare. nessun cuneo rosso.
    rivoluzione addomesticata che diventa segno ammiccante, ma la storia si riprende il contesto.
    chissa’ se la matrice della scala sociale riuscira’ a farcela?
    birra ”domaca” (si legge con la ‘c’ di ciliegia) per intrattenere le chiacchere che non si trattengono all’ Atelier Home Gallery tra i segni del Third Eye Crying | Mostra personale di Linnch.
    nella stanza vicino ci sono i mostri di Roberto del Frate che sovrastano ogni tentativo di urlo, ma l’est del sangue e’ molto piu’ forte, nonostante i preti che maneggiano i mostri.
    chiacchere di grafica e riconoscibilita’ del segno, ma il destreggiare la tecnica prevale qualsiasi concetto per quanto forte sia: la forma e’ sovrana ed il contenuto puo’ traballare.
    sono finiti i tempi in cui forma e contenuto se la giocavano alla pari e resta all’analisi del secolo passato la possibilita’ di combattere ad armi pari con il concetto. forse perche’ il concetto ha preteso di tralasciare la forma evitando di applicarsi nella tecnica della rappresentazione: una scorciatoia che ha bisogno di tanto, troppo, significato per reggere dove il segno vacilla.
    eppure il rosso ed il nero riescono a reggere comunque, ma la precisione del segno non ammette incertezze.
    Lynnch e’ tutt’altro che incerto, appunto balcanico.

    niente poteva coronare la serata in modo migliore dei Maxmaber Orkestar (sempre loro i colpevoli!) da Robi Buffet, in realta’ un osteria dove si puo’ bere, dignitosamente, i frutti di Bacco di queste longitudini a prezzi ‘quasi’ popolari.
    ho continuato con una modesta birretta, perche’ era il tributo a Dioniso che mi interessava: il kolo e’ arrivato puntuale per entrare nel rito della mischia, senza presupposti ne’ convenevoli, sgomitando contro i difensori del piazzamento maschile, inamovibili e statici.
    abbiamo avuto la meglio e non mi sarebbe dispiaciuto anche tirare qualche grana a chi presume di parlare inglese e definisce i Maxmaber dei Serbi: onore a loro nel riuscire ad essere etichettati come tali, ma l’ignoranza del machismo, non balcanico, e’ stridente con Dioniso che reclama il rito.
    tenetevi le turiste e restate a casa!
    a casa potrebbe restare anche la non si sa bene che cosa, Romana-vissuta-a-Milano, editrice che cerca arte contemporanea. non so quanto i luoghi di provenienza riferiti possano avere a che fare con il contemporaneo di queste parti, cosi’ poco accademico e men che meno italiano. non credo che abbia potuto, minimamente, capire il segno del balcanico: non ce la possono fare.
    e’ meglio che si confrontino con le sculture simil-marmoree perche’ di segno grafico non hanno alba.
    le piazze non servono agli omaggi ai caduti-cadenti-decaduti, ma aspettano la rivoluzione.
    non certo l’involuzione dei turisti sovrappeso che spalmano di grasso le strade imperiali, ma quella del racconto dello stridere sociale che non abbocca alle ideologie da fast-food e che stravolge ogni facile benpensare nel vecchio rituale del baccanale, per riportare lo spicciolo alla chimica della riproduzione e della sopravvivenza.
    il patriarcale e’ ridotto a prestanza fisica ed il resto sono cevapcici e pelinkovec.

    ritornano le note del Mediterraneo descritto maestralmente da Massimo Ferrante, nel concerto di pochi giorni fa. la possenza del suono che rimbalza sulle coste dei popoli che si affacciano.
    e’ riuscito a dialogare anche con la spiritualita’ degli Armeni che avevo ascoltato, giusto prima, per ore.
    richiamo al sacro ed al ricordo di una cristianita’ massacrato dal genocidio che USMARADIO aveva trasmesso per 24 ore, nella doverosa ricorrenza, con una formula molto interessante, tra suoni, parole, canti e campane.
    il profano del Mediterraneo era riuscito a creare una sponda di ritorno, la risacca dell’onda, nell’incontro di popoli meticciati loro malgrado.
    sonorita’ profonde nell’onda del mare che sostenevano l’aria elevata di montagne lontane, ma attigue.
    richiamo all’imbastardirsi dello scambio per elevsarsi dalle carcasse degli orrori passati e presenti, nella comunione dell’anima e nello stordirsi del corpo. non piu’ pensiero predominante, ma risucchio dell’onda che infrange casualmente certezze e desideri.

    e’ morto abbracciando il suo violino. era solo un giovane alla ricerca di vita. non quella imposta, ma quella desiderata e negata da tutti i privilegi benpensanti.
    carcasse che non riescono neppure a diventare rocce e neppure alghe perche’ il riconoscimento di esseri umani gli e’ dovuto. come fare a dare riconoscimento agli esseri umani che continuano a vivere, guardando e richiamando l’invasione del proprio orticello?
    il balcanico torna in aiuto nella sua capacita’ di non essere ipocrita: il clan e la famiglia definiscono il territorio e tutto cio’ che avviene al di fuori e’ plausibile.
    e’ tutto ingurgitato nel cerchio del kolo, mentre l’anima piange ed e’ pronto ad aprirsi a chiunque voglia entrare.
    nessun corteggiamento, solo conforto dell’esserci.

    Dioniso e Bacco guardano compiaciuti.
    nel rito c’e’ la danza.
    il segno e’ dell’ego per ricordare.

    postato su facebook il 30 aprile 2017

 

(elisa)Betta Porro