errare nell’errore.

…e poi succede che nell’errare nell’errore riesci a correggere le storture del politicamente corretto.
non puo’ avvenire se non all’ospedale psichiatrico.
l’edificio e’ quello di LA LIBERTA’ E’ RIVOLUZIONARIA, ma la porta e’ sul retro. la scritta non si vede, ma c’e’.
ci si e’ appoggiato sopra ANSAHMAN – Illimitato, senza confini, infinito…
la causa e’ stata Anna del mio essere presente/assente.
gli sforzi sono quelli di Riccardo e Paolo.
storgo il naso perche’ e’ dentro all’edificio, quello in cui tanti cercano di accapparrarsi una stanza e ci si ritrova solo con porte chiuse. sempre la solita storia.
la stanza e’ grande, evitano di chiamarlo salone, ma con tutti gli spazi che esistono nel comprensorio dell’ospedale psichiatrico, compreso un teatro in cui si propina sempre il solito teatro, e’ un affronto. neanche la sala vicino e’ aperta.
anche il bar e’ chiuso perche’, quest’anno, il Lunatico sospende di domenica.
deserto totale intorno, in una di quelle serate che si e’ assetati di fresco. non ci sono neanche piu’ i matti che girano. solo lampioni che sparano luce e segnano i viali deserti.
avrei voglia di girarmi ed andarmene, ma gli amici costringono la mia insoffesernza.
entro all’ultimo minuto e la sala e’ gia’ tutta piena. la mia stizza e’ palpabile, ma so come comportarmi da ritardataria e volo verso l davanzale della finestra, sposto dei fogli A$ e mi appoggio.
il signore che siede vicino non e’ molto felice e quello vicino a lui gesticola che non posso. cerco di parlare in inglese perche’ le frasi in italiano non sono pervenute e parte la musica. il giovane uomo e’ alquanto contrariato e mi invita ad andare a sedermi a terra davanti. gli dico che mi muovero’ non appena il primo pezzo fosse finito. ho gia’ sentito questa musica, questa, voce e mi tranquillizzo perche’ so della qualita’ sonora che verra’ proposta e, poi, dove c’e’ musica armena mi sento a casa, anche se la stagione delle albicocche e’ gia finita.
vedo l’altra finestra sulla destra e senza titubanza mi avvio driblando gambe e indignazione borghese, invito la signorina (quella che mi avrebbe poi invitato a silenziare lo scatto delle fotografie perche’ sporcava il suo ascolto, peccato per lei che l’avevo gia’ fatto) a distaccare dal muro la sedia e mi appollaio sul davanzale.
sarei riuscita a vedere il cielo, anche se senza stelle, ma ancora blu quasi notte.
il sacro invade ogni piccolo spazio rimasto libero e copre il resto degli occupanti con l’arrangiamento della chitarra cosi’ discreto ma deciso e suadente, senza troppa melodia, molta armonia ad accompagnare il lamento di una voce che tradisce la giovane eta’, ma educata e convincente. e’ la storia della sua gente che racconta, la storia di terre mistiche macellate dagli orrori.
dolcezza dell’albicocca, con quel leggero aspro che ne definisce la qualita’ la buccia ancora croccante, la pelle vellutata e l’amarognolo del nocciolo si percepisce alla fine. la mandorla resta chiusa come promessa.

il giovane uomo si inserisce quasi in punta di piedi con il suo segno proiettato a fianco della cantante e sopra la chitarrista.
non ci sarebbe potuta essere altra proiezione nel salotto alternativo.
l’albero, certamente di albicocche, diventa mare, il mare diventa corpo di ballerina, la ballerina si perde nell’oceano e tra altri corpi.
io mi perdo nel segno.
un po’ alla volta, non sapendo chi mi trovavo di fronte, nella chiara improvvisazione, percepisco la sostanza dell’autore che un po’ alla volta prende la scena e la domina.
talmente fluido il segno con la musica che le note venivano intrappolate nella storia per liberarsi illimitato, senza confini, dilatando le pareti della stanza, senza piu’ orizzonte, oltre.
l’unica cosa che mi distrae, mentre apolloiata sulla finestra ed incombente sulla signorina di sotto, rischiando il volermi buttare disotto nell’assolo di tromba, per raggiungere l’infinito o la semplice fine dell’impiccio, sono le scarpe delle due giovani artiste che cosi’ bene evidenziano le personalita’ quasi in antitesi. il tacco largo dell’una, comunque femminile, sta’ nella durezza di una consapevolezza tramandata da queste latitudini contrastante con il tacco a spillo, forse newyorkese, ma di chi ancora si assoggetta a canoni di bellezza da grido occidentale: e’ piu’ nell’est/dell’est Anna di Anaïs.
resto appollaiata fino all’ultimo pezzo e poi mi lancio nella cattura delle scarpe. non ce la faccio come vorrei. troppo lontana.
rivado verso il primo davanzale della finestra su cui avevo cercato di sistemarmi all’inizia perche’ l’artista non e’ piu’ nella fase del controllo dei mezzi rituali, ma ci si e’ buttato dentro e la diffidenza verso gli incursori e’ svanita.
quello che mi si presenta e il foglio nero su cui disegna il mare bianco. il mare che non esiste in Armenia, ma uno dei personaggi dell’esodo perenne dell’umano in movimento, costretto o volontario. quel fondo nero raccoglie tutte le tragedie della sopravvivenza che neanche le onde bianche riescono a rischiarare.
sempre mare davanti, infinito o abisso.

poi vengo a sapere, nei convenevoli del dpo concerto chi e’ costui che generosamente aveva regalato su di uno schermo non troppo generoso alle sue capacita’, uno dei maggiori artisti visivi del Nord-America, uno di quelli che girano tra Toronto e Berlino, che, siccome marito della cantante, entrambi newyorkesi, nonostante il trumpismo, si e’ accovacciato sulla scritta della rivoluzione basagliana.
presente solo un artista multimediale locale.
queste sono le leccornie che la mia famiglia allargata mi presenta.

dopo la raccolta di albicocche a casa Clanz, continua il raccolto di quelle che nel rosa arancione hanno il blu ed il nero del mare Mediterraneo Rosso, mare di sangue.
per l’orrore non resta che errare per errore…della liberta’.

#doveranotuttiquestipresuntigrandiartistivisual?

 

pubblicato su facebook il 24 luglio 2017.

(elisa)Betta Porro