est. se non gia’ Oriente.

sono trascorsi otto giorni di cura con gastroprotettori rincoglionenti, da quando, il venerdi’ della scorsa settimana, mi sono seduta in piazza Vittorio Veneto a prendere un po’ di respiro, tra una colica e l’altra, ritardando la visita al pronto soccorso.
c’e’ un posto in cui mi piace sedermi quando attraverso la piazza davanti alla posta centrale, una specie di seduta-trono di pietra che delimita la fascia centrale del disegno della risistemazione dell’architetto croato-serbo-triestino-viennese a cui riesce bene la yugo-tapestry ed il disegno delle piazze.
quando mi siedo sul trono di pietra, quello che da’ le spalle al palazzo della provincia e’ come se la sospensione di Trieste diventasse luogo: davanti la vasca che dovrebbe contenere dell’acqua che, con con il grande rettangolo, riesce a contrastare la fontana con tritoni e sirene, di lato i palazzi imperiali delle poste e sullo sfondo quello della regione. e’ quando gli uffici chiudono ed il trambusto di quelli che si danno da fare svanisce, che appaiono gli invisibili. sara’ perche’ nessun luogo e’ predisposto alla corrosione della movida e quelli che hanno tentato hanno desistito perche’ non c’e’ abbastanza gente da importunare nelle case, sara’ perche’ e’ poco attraente ai vecchi perche’ invece di panchine ci sono dei cassettoni, sara’ perche’ l’edificio della polizia ferroviaria e’ deserto, in attesa del prossimo speculatore veneto per farne un albergo, il tempo si sopende e si viene ingoiati da cio’ che non accade.
regina nel/del vuoto.

quella sera invece accadeva.
era la prima volta che vedevo baldi ragazzotti triestini con le loro biciclette da trial esibirsi in qualche destrezza. avanti ed indietro sulle due ruote a saltare bottiglie di plastica piene di acqua, pieni di se stessi e di quella educazione bene che riusciva a non essere invadente, agghindati con le casacche oversize per richiamare il brand di appartenenza.
con il costo di una di quelle casacche avrebbero comprato mille t-shirt i ragazzi seduti sui cassettoni. se non fosse stato per le bici e le casacche, tra di loro non ci sarebbe stata nessuna differenza se non per la pelle un po’ piu’ ambrata, ma i ragazzotti triestini esibivano una bella abbronzatura per cui la differenza era trascurabile.
rifugiati quelli senza bicicletta che guardavano i coetanei con una curiosita’ appena manifestata. chissa’ quanti chilometri avevano fatto in bici a casa loro ed erano arrivati da queste parti con il sogno di potersi comprare una macchina e si ritrovavano davanti a ragazzi che giocavano con le biciclette!
ognuno nel proprio mondo con rispetto.
i piu’ chiassosi, si fa per dire, era il gruppo che si era seduto sotto la fontana, sotto i tritoni e le sirene che li avevano protetti nel lungo viaggio ad arrivare fin la’. da un cellulare usciva la musica che raccoglieva loro intorno: non mi sembrava pakistana, forse afgana, certamente un gigi-d’alessio per il popolo, ma molto meglio delle pizze propinate dai fatiscenti dj della movida.
quasi tutti in silenzio. poche parole. i rumori del traffico e le luci del semaforo.
l’integrazione e’ condividere spazi, non e’ imporre culture.

ho dovuto rientrare nel tempo perche’ crampi e qualcuno che si afferrava alle mie budella non mi lasciavano in pace.
era la conseguenza dell’aver visto troppi Viennesi negli ultimi giorni.
avevo bisogno di dormire qualche ora.
sveglia perfetta all’alba con il pro-memoria che non mi permetteva di indugiare oltre: pronto soccorso.
ecco un altro spettacolo di invisibili davanti: tutte donne biondo ucraino. non piu’ le Istriane che scendevano dagli autobus che le portavano a fare le domestiche nelle case dei Triestini e che tutto al piu’ avevano i capelli rosso-yugo, neppure piu’ le serbe molto piu’ rumorose e bellicanti, queste venivano ancora piu’ da est ed andavano ad aprire i bar, fare il turno in casa di riposo, la badante a qualche zombie o a rattoppare qualche posto libero.
inconfondibili bionde, quelle tanto temute dalle signore perbene perche’ rubamariti.
un esercito silenzioso mi ha accompagnato lungo il tragitto ed ha alleviato il peso del camminare. non riuscivo a confondermi perche’ i miei capelli sono grigio orgoglio e loro non avrebbero mai potuto capirlo.
ex-yugo l’infermiera all’accoglimento, gia’ avezza al triestino.
la stonatura e’ arrivata con la voce del medico del sud che vedevo a stento distesa sulla barella. subito a disquisire perche’ la mia dottoressa mi avesse prescritto una ecografia ed a manifestare la sua supponenza ed io subito a pensare come avesse potuto ottenere il punteggio. sara’ stato l’infermiere triestino ed il sapere di dovere stare calma che mi hanno trattenuto sul lanciare improperi.
anche il medico dell’ecografia, del sud, a chiedermi perche’ la dottoressa mi avesse prescritto un’ecografia e per quale prognosi.
si erano messi tutti d’accordo o la storia del dare la responsabilita’ di un esame prescritto ti deve rendere perfettamente rispondente alla patologia che poi verra’ stabilita?
certo e’ che poco propensi a spiegare, ma molto a chiaccherare con le infermiere, di cui una sarda che teneva banco, sugli affari loro, quando sono stata dimessa con la richiesta di una gastroscopia, ed ho azzardato chiedere il perche’:
”Perche’ lei sta male!” e’ stata la risposta.
”Meno male che me lo dice lei e la mia ipocondria puo’ stare tranquilla.” abbozzando un sorriso.
stolidita’ suprema dall’altra parte.

uscita dal vecchio ospedale con le mie gambe come ne ero entrata e non certo per snobbare l’offerta di aiuto ricevuta. purtroppo davanti a me lo spettacolo dei visibili era inevitabile.
come mi sarebbe piaciuto cancellarli!
c’e’ sempre la piazza cosi’ bistrattata dagli architetti nostrani, l’unica urbana, in cui potersi rifugiare in sul calar del sole.
ieri sera c’era solo una signora cinese, molto anziana, che camminava all’indietro. l’avevo gia’ vista una domenica mattina che con la sua radiolina e la musica cinese faceva i suoi esercizi.
mi sarei messa a camminare all’indietro vicino a lei, ma l’ho pensato troppo tardi e dovevo correre a casa a cucinarmi carote e finocchi.
(la scocciatura della gastrite biliare e’ che ho dovuto ricominciare a cucinare per la dieta!)
ho stupidamente alzato il pollice in alto ed anche lei avra’ pensato alla mia stolidita’.

neppure piu’ il sollievo delle nuit-debut che avvenivano nelle piazze francesi a rincuorare la desolazione del presente, ma fino a che ci sara’ una piazza snobbata dalla borghesia perbenista riusciro’ a sedermi sul trono da regina nel/del vuoto.
non e’ una piazza per turisti.
la scatola cinese triestina, quella citata da un Ucraino al caffe’ Tommaseo mentre si parlava di scienza, e’ cio’ che permettera’ ad ognuno di trovare il suo cassetto nascosto.
altrocche’ est, qui Oriente.

postato su facebook il 28 agosto 2016

(elisa)Betta Porro

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