femminile emancipato triestino.

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e’ durante il ‘talk’ di ‪#‎thelocalartistispresent‬#9 che mi sono resa conto che il mio pensare sul femminile emancipato triestino non aveva traduzione in inglese.
l’ho pensato in italiano ed in inglese non ha nessun significato.
sono indispettita dal fatto che il mio pensare in inglese e’ molto saltuario.
l’italiano e’ egemone anche se pensato, perlato e scritto in un luogo che con l’Italia ha ben poco a che fare nonostante le migliaia di impiegati pubblici fatti confluire dal sud al nord, quando, ai tempi del confine con la Yugo, la citta’ veniva usata come luogo di parcheggio degli assunti nelle quote dei partiti e, insieme alle caserme dislocate ogni dove, fuoriere del nazionalismo.
l’Italia ha preso il potere con le armi grazie a tutti gli irredentisti che, decenni prima, volevano il potere economico di un citta’ in cui le diverse comunita’ trafficavano la ricchezza.
l’Austria era stata, invece, chiamata per difendersi dall’egemonia veneziana.
il friulano che si parlava a Trieste, un po’ alla volta, diventa la mezza-lingua usata per i traffici in cui La Serenissima era comunque egemone.
Venezia non conquisto’ mai Trieste, ma il suo dialetto era l’inglese, pas-par-tout degli scambi.

al liceo, in italiano, non sono mai andata oltre la sufficienza o qualche sette in pagella, mentre il pensare in inglese con tutta la cultura americana assorbita nella base americana di Asmara (la Kagnew Station, una della piu’ grandi basi degli Americani nel mondo!) e’ stata, per anni, la mia colonna sonora.
un po’ alla volta il pensare in italiano si e fatto predominante, sempre, pero’, scalfito dalla mezza-lingua del triestino, che e’ stata la salvezza al non omologarsi al pensiero del linguaggio impostomi dalle vicissitudini.
l’esame di ammissione a Scuola Interpreti (lo spauracchio per tutti!) l’ho passato con semplicita’ ed ho potuto anche rispolverare il francese.

anni di Vienna, nel cercare di arrampicarmi col tedesco, sono stati fondamentali per introdurmi ad una nuova forma mentale.
quanto una lingua determini un popolo e’ superfluo raccontarlo anche perche’ non ne avrei le capacita’.
quello che posso comunicare, invece, e’ come un modo di essere piu’ spartano mi ha contaminato: dall’eliminare oro e pellicce al mostrare, orgogliosamente, i capelli grigi, dal condizionale al presente senza condizioni.

e’ il concetto di emancipazione del femminile che deraglia.
appartiene all’italiano, ma se l’emancipazione e’ globale, il femminile (che non e’ il femminino e non e’ delle sole donne) e’ grammatica e sintassi italiana.
se all’emancipazione appartiene la liberta’ di pensiero, al femminile appartiene un atteggiamento del pensiero che ricalca i criteri del femminino, ma che, a Trieste, appartiene, in ugual misura, a donne ed uomini nella fluidita’ del gender contemporaneo.
Trieste come tra i primi centri al mondo per la trasformazione del sesso ne e’ la logica conseguenza.
citta’ di gente di mare e ”…come fanno i marinai a baciarsi fra di loro ed a restare veri uomini, chissa?…” (canta Lucio Dalla).
citta’ di gente d’altipiano che non ha mai parlato italiano.
anche l’imposizione della lingua italiana e’ stata una operazione di sopraffazione ed io mi ritrovo a dover annaspare nello sloveno senza via di uscita.

se il femminile appartiene alla lingua italiana, non appartiene all’inglese e, nel suo schematismo, definisce cio’ che e’ delle donne o degli uomini.
per cui le mie elucubrazioni si fermano davanti alla traduzione del ”femminile emancipato triestino” (anche ‘triestino’ e ‘triestinita” arrancano con me) perche’ un ”free/liberal thinking of women from Triest” fa acqua perche’ mancano gli uomini e affonda nell’incompreso.
il femminismo appartiene all’emancipazione delle donne e degli uomini, ma il femminile emancipato di donne ed uomini non e’ un’ideologia, e’ condizione di pensiero.
anche il mio pensiero fa acqua, indubbiamente, ma non lo fanno gli uomini e le donne di Trieste anche loro stupiti dalle mie considerazioni strampalate: per loro e’ come se raccontassi della scoperta dell’acqua calda.

anche il ”femminile plurale” della Vissidarte, qualche difficolta’ la trova o, forse, ce la si puo’ cavare con un ”womanly plural”… ma e’ sempre in assenza di uomini e nel caso di #thelocalartistispresent#9 ci puo’ stare.

mi dispiace non pensare piu’ in inglese e mi perdo quando lo devo fare (il lavoro di interprete non era per me!), ma, in questo luogo dove vivo, non serve.

 

postato su facebook il 30 settembre 2015

 

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foto Simona Regina.

(elisa)Betta Porro

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