figlia di un dio minore.

 

avrei voluto andare in quel di Portogruaro per conoscere della ragazze frizzanti e colorate, ma non sono riuscita a trovare la limousine con l’autista.
l’alternativa sarebbe stata quella di prendere la vecchia A3 (522.280km!!!), rottamata insieme a me, fresca di revisione (le mancava solo la lampadina di uno stop, perche’ portata di urgenza visto che mi sono accorta che la revisione era scaduta in novembre), ma, ahime’, con l’aria condizionata rotta.
non ce l’avrei potuta fare!
la non-alternativa e’ stata trascinarmi in borgo teresiano, di monomarca in monomarca, boccheggiando da aria condizionata in aria condizionata.
niente Pedocin, oggi, troppo sconclusionata ed alla ricerca della limousine… almeno in fotografia.
contavo sul balearic di Wandervogel per un po’ di ristoro e cosi’ e’ stato.
in riva al canale, seduta sul trespolo vicino alla consolle, mi sono gustata un frullato superbo di ananas e mela, addizionandolo di tanto in tanto con acqua aromatizzata alla fragola, arancia e lime.
veramente balearic!
soprattutto il sound proposto dal maestro che tra quiz per scuotere o riscuotere la mia memoria ed il gusto di volermi stupire, mi offre sempre il piacere di ascoltarlo e divertirmi alla ricerca di note sepellite negli anfratti piu’ reconditi della memoria.
tra Battisti, Bowie, Spandau Ballet, Depeche Mode, Patty Pravo, Tullio Depiscopo, Paul Simon,…riarangiati e mescolati in un cocktail estivo, passa una bambina, alta neanche un metro, coi riccioli biondi con un fermaglio a tenerglieli perche’ non le cadessero sul viso, vestita con maglietta e gonna di maglina rosa e sandaletti con fiocco, a tempo di musica, camminando si sbaraccia e si dinocola sola con se stessa ed il suo divertimento. non perde il ritmo e si sposta verso destra, poi sinistra seguendo gli adulti che stavano con lei, senza farsi disturbare nel suo racconto.
quando, verso il ponte, che l’avrebbe portata via alla mia vista, si e’ girata camminando all’indietro quasi non volesse lasciare la musica, avrei voluto urlare (come ho fatto alla vista del bicchiere con il frullato) e baciarla di gioia per il momento di perfezione che mi aveva regalato.
qualche disguido con l’hamburger di pollo con guacamole, perche’ volevo il pane col nero di seppia, ma, nel frattempo, un musicista di strada, balcanico di mezza eta’, con la sua fisarmonica voleva conquistarsi il posto davanti al ristorante accanto perche’ aveva visto clientela facoltosa. tutto bene finche’ le note balcaniche sono giunte all’orecchio del dj che con mossa da questo-e’-il-mio-territorio-e-non-sopporto-la-musica-balcanica ha dato un giro al volume, azzittendolo. fino a quel momento, rimanere in equilibrio tra due mondi incomunicanti e trovare armonia nella tenzone e’ stato un altro appetizer da gustarsi tutto.

con l’ennesima conferma che Adriano Celentano e’ un genio ho lasciato, di mala voglia, la mia postazione (se qualcuno mi avesse detto che alla soglia dei sessanta mi sarei ritrovata su un trespolo a chiaccherare con il dj lo avrei considerato scemo!) ed allontanandomi l’inizio di ”My way” tamburellato su uno xilophono (credo) mi parlava ancora di balcani.
arrivata nella piazza del teatro gremita di gente, ho trovato una sedia libera in fondo e mi sono seduta. c’erano i soliti americani che spazzolano gli strumenti come spazzolano i denti, con la scuola di chi suona anche quando e’ in gabinetto. non sentivo la chitarra, il violino era invadente sebbene virtuosissimo, mentre batteria e basso con l’umilta dei grandi.
insofferente (che strano!) mi sono alzata ed ho portato le mie rimostranze agli amici che so che mi sopportano con benevolenza.
nell’assolo di chitarra parte da dietro il palco.
”Dottore, dottore, dottore nel buco del…”
mi hanno invitato a nozze e raggiunti:
”I deficienti si fanno riconoscere anche con la laurea!”
un attimo di perplessita e le solite scemate come risposta, ma, decisamente, spiazzati: il laureato con una coroncina di fiori di carta rappresentava tutta la pochezza della generazione di capre con alloro al collo.
troppo poco per perdere altro tempo e sono ritornata ad ascoltare il concerto sebbene poco convinta.
ancora qualche pezzo, compreso l’assolo da istrione del violinista, lo shuffle frusciante sulle spazzole del batterista, ma quando, come bis, mi ripropongono Jimi Hendrix me la sono data a gambe!

e’ sempre nel rientrare a casa che i pensieri si aggrovigliano e fanno le loro macedonie: avrei voluto incontrare per conoscere delle ragazze con le quali rimbalzano i ”mi pice” ed invece cammino nella strada dove non hanno ancora finito i lavori della nuova pavimentazione.
i marciapiedi sono stati quasi terminati e mi accorgo che quelli di destra sono di grandezza diversa da quelli di sinistra. alzo gli occhi e vedo la scritta Assicurazioni Generali (era la sede centrale del colosso assicurativo prima che fosse trasferita a Mogliano, dove avevo anche lavorato, per un po’, come traduttrice ed interprete e da dove, anche da li’ me la ero data a gambe e, quella volta, pure ben levate!). e’ il palazzo che ha il marciapiede piu’ grande.
ci sono sempre figli di un dio minore… che devono accontentarsi di un marciapiede piu’ stretto.

per la figlia di un dio minore e’ stata vana la ricerca di trovare una limousine con autista.
per la cronaca, invece, non c’e’ stato piu’ nessun coretto demenziale che inneggiava al ”dottore”.

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scritto su facebook il 16 luglio 2015.
(elisa)Betta Porro

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