figura barbi(e)na.

 

(istruzioni per leggere: dotarsi di alkaselzer!)
liberamente tratto dalla Lectio Magistralis ”Il toccare della grazia” di… al convegno di filosofia ”Charis Kairos – La grazia e l’occasione”.

dai miei appunti:
-l’anima e’ in attesa del suo essere toccata per potere sentire la grazia.
-la nostra cultura porta alla morta piuttosto che alla vita.
-nessun animale senza il tatto puo’ sopravvivere (Aristotele).
-riscoprire la carne attraverso il toccarsi come ricettore per la grazia:
il tatto opera direttamente con la mediazione della carne;
toccare: no captazione, appropriazione, ma reciprocita’ di relazione fra 2
soggetti nell’essere globale;
amore, desiderio, riconoscenza.
-il toccare (fisico e metafisico) ha a che fare con la sopravvivenza di una
dimensione umana da cui ci siamo allontanati.

carne che permette di ricevere come ricettore e mediazione della percezione anche divina.
il maschile ha tolto al tatto la capacita’ di agire/subire: soggetto ed oggetto e l’annullamento all’irrudicibilita’ dell’uno all’altro.
bisogna uscire dalla dimensione dell’uno, capire la ”logica della differenza”:
-praticare la ontoteologia nagativa del nulla o di cio’ che e’ appena nato;
-riuscire a tornare all’infanzia e liberarsi da tutte le verita’ imposte (quando
eravamo indipedenti dai genitori);
-il risveglio della carne: sensibilita’ e pensiero, umilta’ e desiderio per il non
ancora accaduto;
-restituire alla carne il ruolo di mediazione per noi stessi e tra di noi;
-non differenze costruite, ma qualitative, come la differenza fra i sessi.

”kairos” (l’occasione) e’ il problema presente nella ricerca del tatto:
-percepire della carne o della ragione e’ sempre parziale senza la possibilita’
a toccarsi;
-luogo preferito per il kairos della grazia e’ attraversoil toccarsi per una
trascendenza condivisa, piuttosto un in-stare che nell’estasi;
-l’incontro amoroso e’ fonte di grazia se e’ nella dimensione naturale del
ritrovare l’innocenza tattile come via di grazia;
-le comunioni sono sottili e carnali;
-rovesciamento della metafisica attraverso il toccarsi, compreso il modo
trascendentale, per un divenire piu’ compiuto del vivere.

reale: le mani che incontrano se stesse e l’altro.
animalita’ ed infanzia.
e’ a partire dalle mancanze che si puo’ conquistare un di piu’ ed un trascendentale sensibile, dopo la caduta degli idoli, senza riduzione dell’uno all’altro (come si toccano le mani, le labbra, le palpebre o tra di noi!).
il divenire di ogni soggetto ed il suo compimento e’ legato al toccare l’altro.
il toccare e’ il luogo dove la carne puo’ risorgere.
il nulla dell’annientamento dell’anima e’ difficile da raggiungere, ma nella logica della differenza c’e’ il nulla verso l’origine:
– un uomo non e’ una donna;
-muoversi verso l’altro che non saro’ mai io;
-toccare con mano, gesto o anima basta che ci muove.

evento od avvento del toccare: soglia tra manifesto e non manifesto.
un aldila’ della mia carne, della mia anima.
il desiderio di uscire dal proprio ego nel cammino del divenire: il desiderio di abissarsi e della grazia.
toccare a cui si aspira, ma che non si puo’ dimorare: e’ la grazia che percepiamo sul nostro cammino.

nella nostra tradizione la mano e’ cio’ che prende: il toccare non prende niente, non e’ il fare.
il toccare e’ tra la pelle e le mucose.

mi sono ricordata che c’era un convegno di ”filosofi” quando mi sono ritrovata nella sala del ridotto del teatro verdi ad ascoltare ”Un pizzico di grazia” di Paola Erdas.
quattro chiacchere con facce conosciute e poi le parole di Paola hanno subito portato la grazia alla mia inquietudine.
la sua storia di come avesse sempre pensato al tocco delle dita sulle corde del liuto come al gesto piu’ immediato di un corpo per diventare suono mi hanno immerso nella danza delle note senza la necessita’ di dover danzare.
mi ha fornito un’immagine precisa e carnale del suonare.
ci sono stati momenti, che mentre suonava riusciva d essere tutt’uno col suo clavicembalo ed il suono era forza dell’anima e della carne.
la sua grazia e’ scontata, educata e contenuta nell’essere donna sarda, di quella terra dove Iside dimoro’.
il suo ”ultimo pezzo”, con il clavicembalo maggiormente aggraziato dal pezzo precedente, pezzi di armonie si rincorrevano per staccarsi e ricomporsi in tempi diversi, sottolineati dal respiro. a volte, il rumore del suo respiro diventava corda in piu’ ed il suo corpo assecondava il canto delle note nel suggerire una danza di abbandono.
la grazia era presente in tutta la sua gentile potenza discreta e la mia gratitudine, nell’essere presente, profonda.
questo avveniva prima della Lectio Magistralis di cui sopra ho appuntato alcuni passaggi.

c’era ancora un po di tempo per potere rimanere ancora ad ascoltare un po’.
dopo la presentazione una donna di mezza eta’ ben compiuta, capelli corti brizzolati e piglio nordico inizia a parlare.
il suo accento francese la addolciva quel tanto da riuscire ad essere quasi femminile.
quello che diceva erano note di puro femminile emancipato, ammorbidita anche nel suo essere, molto probabilmente, femminista.
ascolto con avidita’ di carne, toccare ed anima e trovo pensieri per i miei denti.
certo e’ che la mia preparazione filosofica e’ rimasta a quella della quinta liceo, ma il suo esporre chiaro e preciso, senza alcuna sbavatura ed incertezza, mi conquistano.
riesco quasi a toccare i pensieri espressi che il mio corpo si trastulla nell’ascolto ed il prendere appunti definisce la mia voglia di apprendere.

ben poco ho appreso di comportamento se, dopo una domanda rivoltole da uno dei relatori che si riferiva all’agire con tatto per rievocare la grazia, ho alzato la mano pronta per una domanda.
era chiaro, per me, il suo aver riportato la centralita’ del pensare al corpo, anima e carne e vengo invitata ad alzarmi per andare al podio dove c’e’ la postazione del microfono.
non ci sarei mai andata.
mi sono avvicinata al palco con le mani ai fianchi, da verduraia di piazza ed una volta sul palco dando le spalle al microfono.
le facce dei relatori erano quelle di chi ha visto una medusa nell’armadio dei vestiti.
la filosofa chiede di parlare in francese o di avere una traduzione.
sgomento ed imbarazzo, ma non mi sarei tirata indietro.
con un francese raffazzonato ho messo insieme la domanda che chiedeva come venisse richiamata la centralita’ del corpo e che cio’ apparteneva al pensiero femminile, a quando le donne detenevano il potere anche di quello trascendentale, quando c’era la dea madre.
eccola la’ la Sardegna che mi aveva giocato un bel tiro!
troppa grazia sarda avevo incamerato.
la filosofa (che poi ho saputo che era belga ed una di quelle di cui ci si fa belli nel citarla), mentre mi stavo allontanando, pensando di avere fatto la domanda, mi chiede: ”Dov’e’ la domanda?”
senza il minimo imbarazzo le ripropongo: ”E’ nel riportare la centralita’ del corpo il potere toccare?” (forse non proprio cosi’ chiaramente, ma sufficientemente chiaro).
”E’ nella carne.” risponde.
”La carne e’ nel corpo.” ribatto io ritornando verso il mio posto, capendo di non avere sufficientemente disciplina metodologica da porre una domanda ad un convegno di filosofi.
”La madre cosa centra.” fa lei, pronta a liquefarmi.
”La dea madre.” ribatto.
finisce con un’occhiata fra i relatori.
eppure nel suo ritornare, nel seguito di un’altra domanda, al punto in cui la grazia del toccarsi fra due soggetti avviene sempre prima dell’atto sessuale, ritrovo la mia risposta: questo e’ il corpo femminile.

frastornata e indispettita dalla mia mancanza di pudore nel non avere paura di fare brutte figure, mi sono allontanata perche’ era tardi e Fiore de Henriquez mi aspettava alla DoubleRoom.
chissa’ come se la sarebbe cavata la filosofa belga in presenza di un ermafrodita?
di una cosa sono felice: non ci ha messo la gentilezza nella grazia!
di Sua Grazia le saro’ eternamente riconoscente.

riesco a prendere un bicchiere dell’ultimo prosecco, mentre facce sconosciute e non stanno ormai lasciando la galleria.
ancora dentro alla figura barbi(e)na, ho cercato di captare l’impalpabile.
foto ed ancora foto di Fiore de Enriquez, un passaporto ed un quaderno a righe, di quelli neri con il bordo rosso delle pagine, usato come rubrica, riportava l’indirizzo di Parigi di Leonor Fini.
solo due sculture ed un paio di video.
in un video fine anni settanta, inizio ottanta, la scultrice raccontava di Peralta come il posto che ”…ho leccato e pulito dal male…”
e’ il suo volto, in precedenza gia’ visto sul materiale per la promozione della mostra, che, da un paio di giorni, mi aveva colpito come di una persona gia’ incontrata.
cercando di trovare qualche aggancio, anche chiedendo un po’ in giro agli avventori della mostra, rimbalzo continuamente sulle foto e sul corpo della scultrice: e’ lei la vera scultura.
e’ la grazia nascosta nei suoi occhi.
la materia con cui ha voluto confrontarsi e’ molto meno importante della sua materia umana, l’errore della natura.
e’ nel suo aver voluto essere solo uno dei sessi che erano nati nel suo corpo insieme, per poter essere donna e lesbica.
perche’ rinunciare a cio’ che la rendeva unica?
e’ stato quel femminile che ammorbidisce l’ego senza pero’ riuscire ad eliminare le verita’ imposte?
se l’errore e’ non essere ne’ uomo e ne’ donna, anzi essere uomo e donna insieme, la frontiera del genere non e’ sopportabile quando e’ il corpo a doverli sostenere entrambi?
se la grazia non e’ nell’atto sessuale a cosa serve marcare le differenze di genere?
se una cosa hanno le sculture di Fiore de Henriquez e’ nella grazia delle due mani che si incontrano, in ogni spigolo arrotondato ed eliminato.

se differenziarci tra donna ed uomo sta’ la possibilita’ dell’evidenziare il nulla per negazione e nell’attimo in cui si e’ nati e’ l’origine della vita, perche’ il nulla e’ cio’ che precede, come puo’ un bambino od un animale sapere di che sesso e’ se non nel viverlo?
se e’ la dimensione animale quella che abbiamo perso a cosa serve la definizione del sesso?
…mi sto incartando…
l’avvicinarsi per toccarsi si vive per negazione?
(questa sarebbe stata una domanda perfetta per la filosofa belga.)

nel definirmi per negazione sono un’esperta, devo solo trovare il secondo soggetto.

 

pubblicato su facebook il 17 ottobre 2015.

 

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(elisa)Betta Porro