Francia e Germania nell’Olimpo.

come sempre.
sulla cima della collinetta dei Giardini si ergono i loro padiglioni, uno di fronte all’altro, anche interscambiabili.
in mezzo, centrale, c’e’ quello dell’Inghilterra che domina.
non piu’.
nel peregrinare, peregrina, con la batteria dell’i-phone carica, devo visitare le cattedrali, perche’ la Germania si e’ portata a casa il leone d’oro. l’avrei fatto comunque, perche’ nel padiglione nazista, avvengono cose che gli umani stentano a credere.
gia’ la mattina, sorseggiando il caffe’ ‘normale’, sotto casa, uno degi pochi posti veneziani dove una Triestina acquisita puo’ bere l’intruglio con piacere del palato, la barista mi aveva chiesto notizie dei doberman.
i doberman?
non leggendo giornali di provincia, quindi ormai tutti quelli italiani, non mi era pervenuta nessuna chiacchera. Elena, l’unica veneziana che lavora dentro il bar, mi delucida sul fatto della protesta degli animalisti per i doberman che i Tedeschi sguinzagliano a protezione del loro padiglione dentro la rete di acciaio che lo circonda.

nessun doberman in giro, fatta eccezione del giovane arrampicato il alto sulla rete e scritte gialle minacciose: ATTENZIONE
questa area e’ difesa da cani da guardia addestrati
NON AVVICINARSI
NON ENTRARE.
e’ sabato mattina e c’e’ gia’ fila, anche se non cosi’ tanta (e’ sempre valido per me il proponimento di non mettermi a farla, indifferente per che cosa, ma soprattutto per vedere ”arte”) e con l’accredito stampa cerco di by-passare. non sono sulla lista dei VIP ed allora mi accodo (contravvenendo al mio proposito).
c’e’ il padiglione della Korea da fotografare con il suo Motel Peacock per narcisisti.
la scimmia-uomo arrampicata sulla rete si cala giu’ e raggiunge altri della sua tribu’ che riempiono gli spazi sottovetro dell’entrata principale chiusa. si puo’ entrare solo di lato dove donne bodygard decidono sulle tue sorti.
la fila e’ veloce e non riesco ad istizzirmi a sufficienza per demordere o mordere direttamente.
alcune coppie di giovani VIP e non ho voglia di sciorinare la conoscenza personale fatta con alcuni dei direttori tedeschi, negli anni precedenti, anche perche’ non ricordo i nomi e c’e’ poco da sciorinare.
finalmente concessa ed ammessa salgo la scala ed entro sul pavimento di vetro dove una moltitudine e’ seduta. la stessa moltitudine che cammina smarrita in giro. sotto il pavimento lo spazio che verra’ occupato da ragazzi e ragazze della tribu’ scelta a performare, ma senza la moltitudine vagante sarebbero solo delle scene per video. specchi e vetri riflettono gli anonimi a cui e’ concesso di fotografare, ma con disrezione.
mi becco l’ammonimento di una perche’ per fotografare le cavie umane sotto il pavimento inclinavo il mio corpo un po’ troppo oltre il concesso. e’ lo stesso tipo di femmina che ho incontrato tra le Lubianesi alla conferenza di Zizek-con-strescize.
che non fosse mai che chi non performa si fosse troppo confuso con i teatranti!
quel paravento di vetro e’ anche invisibile e non si puo’ oltrepassare. bisognava restare nel tracciato della drammaturgia l’unica alla quale viene concesso il racconto.
nessun imprevisto calcolato.
…d’altronde sono tedeschi!
da un’altra scatola di vetro viene il suono di una voce femminile, il cui corpo e’ in piedi su di una mensola posta a metri da terra.
in un angolo un asciugamano bianco su di un portasciugamani rotondo nero. alcune vasche grigio-nere, forse di cemento, posizionate centrali. altri tavoli di vetro in un’altra scatola di vetro dove gli oggetti della tecnologia danno mostra di se’.
dopo il fuoco e gli orgasmi, i figuranti si mettono in mostra anche sulle mensole fra i plebei, facendo molta cura a non toccarci e a non contaminarsi.
solo i corpi della tribu’ prescelta sono performanti, quelli degli altri fanno scena.
e’ tutto cosi’ chiaro da essere sublime.
fortificare il privilegio che e’ racconto programmato.

solo suono per i Francesi.
…e centrano il centrabile nella dissoluzione dei linguaggi.
nessuna chiacchera pervenuta, ma ritrovandomi a letto a fare youga, ogni sera alle otto, per ricaricare le batterie, non sono riuscita ad avere confronti/scontri, perdendomi anche tutti i party che contano.
non c’e’ niente da fare: il corpo non tradisce le possibilita’ per quanto la testa sia bombardata dal giovanilismo a tutti i costi.
nessun rimpianto anche perche’ la sbornia intellettiva conforta maggiormente ogni dipendenza.
e’ uno studio di registrazione, quasi alpino per tutto il legno usato. nessun indugio estetico se non la cura dell’uso dei materiali e dei particolari.
ho perso anche i giorni per la stampa dove sembrerebbe che siano passati fior fiore di musicisti, ma mi accontento delle note che giungono da una pianista dell’est, con il basco rosso, che suona il clavicembale e che, con il suo compagno italiano all’elettronica, stanno registrando.
le armonie che escono parlano di sperimentazione: anche questo un laboratorio aperto ad artisti invitati, sempre diversi, che riempiranno i giorni della biennale.
in un angolo fa mostra di se’ una batteria.
dietro un vetro la cabina della strumentazione per la registrazione.
chiacchero con uno dei tecnici che, amabilmente, interloquisce con me senza puzza sotto il naso.
non e’ Francese, ma Italiano.
chiedo se c’e’ lo streaming, ma non sa darmi una risposta certa.
parliamo di quello che ho appena ascoltato e me la cavo nella critica positiva e nel riuscire a percepire quello che mi racconta.
parlo con l’elettronico italiano e, da buon musicista, uso alle mille scocciature che interferiscono, se la tira ed e’ molto scocciato che io non lo conosca e mi permetto di chiedergli il nome per vedere se riesco a collocarlo nelle centinaia di nastri srotolati che le cassette della mia memoria non contengono piu’.
da nessuno a qualcuno che si crede, continuo a guardare il legno e il poliestirene fonoassorbente bianco e mi dispiaccio che non ci sia un bel concerto noise in programma.
sarebbe stata una goduria inenarrabile, ma mi accontento di quello che, discretamente, senza gazzara, e’ il piu’ contemporaneo e futuribile dei padiglioni.
forse questo e’ proprio il problema (per gli altri): nessuna Gioconda in mostra.
sempre elittari questi Francesi!

se in Germania c’e’ il corpo, in Francia c’e’ il suono e, nell’Olimpo della Biennale, fronteggiandosi, scrivono l’oggi che e’ gia’ domani: fluido, transitorio, deperibile, tecnologico e dissacrante.

pubblicato su facebook il 6 giugno 2017
(elisa)Betta Porro