Frankenstein.

 

mentre facevo pipi’ a casa della sorella maggiore, si e’ disegnato chiaro il pensiero.
erano i primi anni ottanta, quando di ritorno dal viaggio negli Stati Uniti, nell’ultima coincidenza presa per ritornare in Italia, mi ero, finalmente, liberata degli occhi su cui era stampato il segno dei dollari come in quelli di Paperon de’ Paperoni.
sempre nel prendere una coincidenza, di ritorno dal viaggio in Messico, a Francoforte, nel 2013, e’ avvenuto un fenomeno, simile e contrario, nell’aumentare di visi di donne gonfiati dal botox, man mano che ci si avvicinava al suolo italiano.
sara’ stato il rose’ degli Starec, piacevolmente goduto in compagnia di femminile emancipato, il nesso di come la decompressione di un aereoplano possa presentare i segni del delirio collettivo.
con questo assioma nel frullato mentale, aggiustavo i passi per sentirre il peso distribuito, equamente, tra il piede destro e quello sinistro.
il piede sinistro e’ recalcitrante a prendere la sua parte di peso e costringe alla stortura tutto il resto del corpo.
ho ripreso a fare la ginnastica con i glutei, consigliati da un fatiscente ballerino del teatro Verdi che dava lezioni di danza jazz, Paolo Duro, sempre nei primi anni ottanta e che invitava le donne a stringere le chiappe a ritmo mentre si facevano i lavori di casa, come, per esempio, lavare i piatti.
appagata dall’ottimo rose’ e dalle chiacchere con chi mangia cultura da sempre, camminando a testa bassa, stringendo i glutei, soprattutto quello di sinistra, ho alzato lo sguardo e dall’altro l’ato sopraggiungeva, sempre a testa bassa il Rotelli delle istituzioni psichiatriche.
chissa’ se anche lui era in compagnia di pensieri da aria depressurizzata nella cabina in cui togliere tutto il nocivo dei fantasmi del comunismo?
un po’ piu’ avanti un altro incontro con un’altra istituzione, il pope della chiesa serbo-ortodossa, che ha accennato una risposta al mio breve sorriso: depressurizzata, da peccati e peccatori, e’, certamente, la sua barba bianca.

altro incontro ad un angolo di via Roma con uno di quei Giovanni che abitano la citta’ degli architetti, circondato da Africani, tre uomini ed una donna, di cui uno tradiva sembianza da Corno d’Africa. cosi’ era, Etiopico.
date alcune indicazioni per la movida triestina (via Torino: sempre a Torino porta la mia Africa!) sono stata lusingata dal suo confidarmi l’avermi ricordata mentre, nel pomeriggio, girando il trailer per la notte degli ultracorpi di sabato prossimo, mentre con la mezza luna della Cappella Underground in tour, trasportata dal teatro Miela al Salone degli Incanti, hanno incrociato la banda degli alpini.
una di quelle situazioni estemporanee, nel mezzo dell’inconclusione del presente, che accadono nell’essere sospesi.
non so se possa essere il fatto che mi abbia pensato, ma il solo avermelo raccontato, anche se una bugia, continuava a disegnare per le strade di Trieste quel pensiero sotteso di ineffabile.

non e’ sospevo e ben radicato il TriesteScienceFilmFestival, il primo festival di fantascienza europeo, che nella stazione delle corriere, sala Tripcovich, ha trovato sede. fila lunga all’entrata per vedere Frankenstein.
nella fantascienza della cultura Frankenstein e’ l’eroe da ripoporre. sembrerebbe che Star Treck, con la politica della non ingerenza, abbia fallito, ed eccoci che gli anni trenta ci vengono riproposti in tutte le salse.
voluto?
ha ancora senso la fantascienza quando la scienza si e’ arrogata il diritto ad ogni finzione?
il cinema e’ il luogo piu’ appropriato alla creazione fantascientifica o la sfida sarebbe piu’ interessante nel proporsi nelle cattedrali della scienza stessa?
mercato? prodotto? arte?
non esistono neppure piu’ i film di serieB che guardavo alla televisione americana negli anni sessanta e che mi proponevano l’invasione degli ultracorpi o di nuvole tossiche sopra la citta’.

il rose’ degli Starec fa strani effetti.
tanti fuchi e tante api operaie e nessuna Ape Regina.
il vomitevole della citta’ del femminile emancipato.
troppa amministrazione scadente che si arroga il diritto di governare.
tanti festival, per fortuna, per dimostrare la frammentazione culturale ed
e’ cio’ che non permette l’esproprio perche’ non sarebbe quello operaio.
il rose’ prodotto dagli architetti sloveni, che, in primis, sono produttori di olio bianchera: polifunzione del funzionale.
forse solo radici.
il contrario e’ la proliferazione di parassitismi, appunto fuchi che timbrano il cartellino della parrocchia a cui sono debitori. che siano presenti, capaci, preparati o no e’ un problema secondario, l’importante e’ esercitare il potere.
le mezze figure sono giganti nei confronti delle frazioni di intelletto multiple di dieci.
Frankenstein e’ il mostro perfetto.

ripenso alla citta’ di fondazione, Trieste che e’, forse, l’unica citta’ europea al di fuori della Magna Grecia, il cui eroe e’ l’utopia di chi l’ha pensata.
ripenso al mio osare ad unire nell’utopia Trieste ed Asmara.
ripenso alla fatica di non costruire mostri, ma magnifici fallimenti (grazie Oliviero Toscani del suggerimento!).
il governare e’ il magnifico fallimento dove ci sia anche solo un briciolo d’Italia.
l’unico antidoto e’ la frammentazione dei microcosmi di cui questa citta’ e’ ricca. l’impossibilita’ all’omologazione, nonostante tutti i tentativi, i pro ed i contro, a non essere riusciti ad imporre neppure l’italiano come lingua parlata.
l’identita’ non esiste.
si puo’ solo trovare la comunione con il sospeso in un tuffo in mare con l’acqua gelida (fatto, ieri) per ritrovare il Mediterraneo piu’ a nord e rimanere ancora piu’ sospesi.
il sottacere politico della sua costruzione prevale su quello amministrativo dei vari Frankenstein di turno e l’unico miele che viene ancora prodotto e’ quello dell’Ape Regina che l’ha immaginata e costruita.
fuchi, fuchetti ed api operaie si danno un gran da fare, ma il botox lo dovrebbero adoperare nel cervello per aumentare la superficie di materia grigia.
la presunzione provinciale italiana e’ lo sfacelo e la ricerca di consenso e’ la vera antipolitica.

tra fuchi e Frankestein c’e’ solo l’imbarazzo della… scienza.

 

 

pubblicato su facebook il 3 novembre 2015.

 

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(elisa)Betta Porro

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