generazione zero.

 

nelle ultime settimane, ogni volta che avrei voluto scrivere di cose era il disumano a riempire il vuoto.
neanche l’insonnia mi ha aiutato ed i miei detrattori ne hanno gioito.
non riesco a non sentire vergogna e disgusto e anche la bellezza diventa impotente.
faccio i conti con la mia ipocrisia e con la rassegnazione inerte.
non so piu’ quando e’ giorno o notte perche’ il mio corpo decide lui (almeno qualcuno che decide!) come meglio convivere con il dolore fisico.
faccialibro e’ colpevole della mia dipendenza, ma e’ diventato, oltre alla televisione tedesca, l’unico luogo di informazione per me.
nonostante l’algoritmo di Montagna-Zuccherata che decide sui post che devo vedere, durante la notte, riescono a filtrare le pagine preferite di informazione da oltreoceano e non (avere piu’ di 1800 ”like” e’ anche il mio problema!).
filtrano anche altri post, a caso, di giorni precedenti, anche gia’ visti, solo perche’ l’aver dato un ”like” distratto decide che per te sia interessante.
grazie al numero di ”like” che sottoscrivo mi viene concessa la possibilita’ di vedere qualcosa in piu’. non parliamo, poi, di chi non e’ nella mia provincia: solo se i ”like” sono stati sufficienti a sensibilizzare l’algoritmo, adeguatamente, mi viene concesso l’onore di poter vedere gli aggiornamenti.
tanti mi avranno bannata, qualcuno mi ha bloccato, tanti ho deciso di non seguire, ma le migliaia di post che dovrei ricevere si riducono ad un centinaio.
questo algoritmo e’ una grande cazzata e serve solo a controllare i dati che immettiamo. la scelta e’ virtuale come in ogni caso.
nonostante cio’ trovo che faccialibro sia l’unico mezzo democratico a nostra disposizione che ci viene concesso.

ieri notte, l’ennesimo epiteto di ”troia” con tutte le infioriture possibili mi e’ giunto dall’avellinese per essere grammar-nazi e l’aver fatto notare che la terza persona singolare dell’indicativo presente di ”to try” e’ ”he tries” e no-He-try, messo in bella mostra nella pubblicizzazione di un articolo discografico.
decidiamolo: conta o non conta la grammatica?
basta saper contare fino a 10, 100, 1000… e in quante lingue?
l’analfabetismo e’ cio’ con cui dobbiamo misurarci inerti?
la generazione zero sa contare fino a dieci?
la differenza di formazione e’ classista o classica?
conta o non conta l’allergia a ”troia” ed agli errori di grammatica?
c’e’ qualche antidoto?
conta o non conta la massificazione del pensiero e dell’aver dato a tutti la possibilita’ del delirio di onnipotenza?
esiste ancora una terra di mezzo in cui la co(no)scienza sia quantificabile?
parliamo e scriviamo emoticons?

i vecchi non sono piu’ saggi ed in quel ”troia” sta tutta la loro responsabilita’: averne permesso l’uso con tutte le donne complici.
mi e’ stato risparmiato ”frocio”, tradotto subito in lesbica, ma prima c’e’ stato un ”sei-un-uomo”.
attimo di felicita’ quando uno del genere maschile ti da’ dell’uomo.
sufficientemente metabolizzato il linguaggio maschile con la relativa metodologia o trasformazione gender?
chiunque si permetta di giudicare, con tutta la sapienza che possa aver acquisito, mi irrita dove non c’e’ pensiero, figurarsi se poi alla grettezza si aggiunge presunzione ed arroganza.
e’ cio’ che piu’ invade trasversalmente media e pensiero corrente.

”Ho anche un biglietto per te.” mi dice Carlo, mio padre e continua
”Noi andiamo al Verdi”.
”Non ho nessuna voglia di venire a teatro, ma vi accompagno.” rispondo io.
tutti in lunga fila ordinata per entrare ed ascoltare Paolo Rumiz, scrittore ed affabulatore.
mio padre brontola un po’ del fatto di non essere arrivati, sufficientemente, in anticipo e del ritrovarsi in quella lunga fila.
ho le borse della spesa con pomodoro ciliegino e prugne, ma mi metto in fila con i miei per far loro un po’ di compagnia.
ho gia’ visto Rumiz con i suoi racconti di guerra sia al Teatro Sloveno che ad Opicina dove e’ arrivato il temporale e sono scappata via.
scappo via anche stasera perche’ non ho nessuna voglia di stare seduta in poltrona.
aprono le porte e ci ritroviamo di fronte all’entrata della galleria e la fila viene in parte scavalcata.
loro entrano ed io li saluto.
c’e’ ancora la gente in fila che cerca di entrare in platea mentre quelli della galleria e del loggione e’ gia entrata. mi fermo, guardo la piazza.
sarei potuta entrare e stare in piedi ed andarmene se non fossi riuscita a trovare una sistemazione comoda.
ritorno sui miei passi e salgo in galleria.
mio padre ha un posto centrale, mentre Imma, mia madre, pur di stare in prima fila si e’ messa dietro ad una grata. saluto gente che non vedevo da una eternita’ e vado a trovarmi un posto verso i palchi.
dopo vari spostamenti ne trovo uno libero, laterale e vado a prendere mia madre. nel palco non avrei avuto problemi di gambe e di sedie perche’ avrei potuto muovermi a mio piacere.
il racconto scorre come la musica ed il sindaco non ha perso occasione di fare campagna elettorale. e’ un recital di brani scritti e recitati da rumiz accompagnati dalla European Spirit of Youth Orchestra con brani di Mahler, Strauss, Bizet, Caikovskij, Beethoven.
niente affabulazione, ma racconto asciutto ed in sincronia col tempo in tono con il palcoscenico del teatro lirico. anche Rumiz in smoking e visibilmente emozionato. tutti giovanissimi e bravi i musicisti, da tutta Europa, in maggioranza donne. nessuna sbavatura ed esecuzione sicura.
un po’ di sollievo all’impotenza ed all’ipocrisia.

non sapevo che cosa avrei fatto, mercoledi’ sera, ma Carlo mi ha regalato un biglietto.
non so che cosa faranno le giovani musicite, ma con il loro sorriso e con le ore costrette dalla disciplina rispondo a chi della generazione zero mi ha dato della ”troia”: zero non solo nella generazione.
non so se riusciro’ con la pratica quotidiana ad eliminare Apple ed H&M, tra i primi posti nello sfruttamento infantile, ma non mi adeguo e, inadeguata, continuo a perdermi dietro i ”like” e l’umano.

 

postato su facebook il 31 agosto 2015.

 

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(elisa)Betta Porro

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