genetliaco e festeggiamenti.

nell’inutilita’ della parola nel contingente solo qualche considerazione e’ trapelata nella marea del nonsenso che affoga ogni intento di definizione.
ci sono stati, pero’, questi ultimi giorni di gennaio, che prepotenti reclamano qualche nota da appuntare nel panorama triestino grazie al Trieste Film Festival – Alpe Adria Cinema.
evitata la calca della fila e goduto Trieste, Yugoslavia in sala stampa, la mia disposizione benevola era gia’ a buon punto.
quasi in contemporanea con l’apertura di Eataly, il documentario riportava la centralita’ dello sguardo verso oriente, quello di Ponterosso come il piu’ grande supermercato dei paesi dell’oltre cortina di ferro che si illudeva di comprare la liberta’ con jeans, bambole e caffe’.
e’ con Cizerouno che il supermercato si riempie di Sirene Fluide_varcare la frontiera. una scorpacciata da fare indigestione e stizza per il deterioramento da consumo nella retorica del mito assoggettata alla tirannia della felicita’ mascherata nell’autodeterminazione del gender.
solo qualche strofa di canto accattivante.
solo nella comunione di intenti il mio assistere.
…e lo squarcio nel cervello con ‘L’oiseau de la Nuit’ di Marie Loisier in Il mito della Sirena: fra immaginario e arti visive
sara per le innumerivoli scatole di bottoni singoli, pochi in serie, che posseggo che mi accomunava alla serie dei bottoni monocromatici che scorrono nelle prime immagini, sara’ per lo scivolare tra le mani della sarta grassa di tessuti preziosi luccicanti con lustrini, pailletes e trame tattili che il cucire i vestiti alla Barbie trovavano posto.
forbici per tagliare ed aghi per cucire.
e’ quando la drug-queen con il vestito nero indossa la maschera bianca da pennuto rapace che le sinapsi si acquietano e si cibano di significato e di strumentalizzazione del mito.
questi uccelli rapaci imbalsamati vengono cuciti sui tavoli dell’haute- couture nella loro rigidita’ per ritrovarsi nel bosco con le teste di animali feroci o domestici, sempre grottesche e maschere a cui affidarsi per la negazione del proprio corpo.
i guanti come teste di serpente cancellano le mani ed il bacio tra due uomini ha la testa di asini che sovrasta. quanto surreale mangiato a colazione, con capacita’ tecnica dell’uso del linguaggio cinematografico, per riproporlo con la semplicita’ di una baguette tra le mani, da sgranocchiare.
anche se nella sala acquario del Magazzino delle Idee, dove la proiezione delle immagini sovrastano come acquario nell’acquario, piu’ video che film, il rito collettivo della costruzione del ritratto finale riprende i quadri dei film muti, presentati in precedenza, dove la sirena si ricongiunge al principe, mentre, invece, nel buio della notte, la drug-queen raduna tutti gli animali del suo pollaio.
che non abbia nessuna possibilita’ di essere ascritto ad alcun filone o genere che sia, ne definisce, ante litteram, la valenza.
non e’ stato sufficiente il film per farmi riprovare quel senso di inferiorita’ che la grandeur francese mi presenta, puntualmente, ci doveva anche essere la presentazione di ‘Les Rencontres de Bandits Mages’ per finire stesi a terra senza possibilita’ di difesa.
nato da studenti di scuole d’arte, spazia tra video, arte, cinema, musica, insegnamento, sociale territorio, periferia, ma l’aver eliminato il concetto di festival per sostituirlo con ‘incontri’ e’ il grimaldello con cui rifuggire all’asfittico di sale cinematografiche e declamazioni di stili. e priorita’ senza l’urgenza.
gli incontri decidono la trama, il testo, la scena ed i protagonisti… del delitto. tutti vittime e tutti carnefici nella bolgia dell’incontro.
mi e’ bastato guardare alcune foto di rappresentazioni per capire la portata dell’evento-non evento e la decentralizzazione di Mitterand era il canto della sirena imperiale.
mogia mogia, a casa, senza diritto di replica.

sempre nello stesso acquario, il mattino seguente, l’incontro con il Panel Virtual Reality – Trieste Film Festival ed i 360° di Fluido.digital.
ne’ per il virtuale, ma neanche per il reale, necessario assistere per la consistenza del promotore, il giorno prima che venisse infilato negli oscar anche il prodotto di google.
non ho preso appunti, non tanto per pigrizia, ma per sfidare la memoria. sfida perdente. c’e’ un termine che ho perso e che mi da la bocciatura assicurata, ma mi sono beata di Ljubliana-Seattle-Trieste (notare come ho elencato le citta’) nel confronto del riuscirsi a ribaltare e sfidare i 360°.
gia’ nell’andare, la mattina, dopo un veloce capo-in-B, pensavo a come non fossi mai riuscita a vedere il film di Wenders, Pina, che era stato realizzato per il 3D, dotata di occhialini di supporto, figurati se poi ci sarebbe devuti mettere la maschera subacquea quanto cio’ potesse essere di impiccio. neanche in star-trek ci si serviva di occhiali, ma di stanze degli ologrammi, dove e’ piu’ facile muoversi senza inciampare nel tappeto che non si aveva considerato. solo Jeordie La Forge ha gli occhialini perche’ e’ cieco e deve vedere.
ecco che Dennison Bertam, fotografo di moda come mi si e’ presentato (avrei quasi scommesso fosse un architetto), mi viene in aiuto: Miuccia Prada ha avuto un guizzo agli occhi quando ha scoperto la VR. in attesa degli occhiali di grido e’ il divertimento nel far girare l’i-Phone sopra, sotto, dietro, di fianco, posso divertirmi ad entrare nella ‘augmented reality’.
piu’ possibilista lo sloveno Blaz Zafinsnik (con tutte le strescize del caso) nel pensare a maschere sempre piu’ convenienti e risolutive alla propria solitudine. altro acquario dentro l’acquario dove isolarsi anche dalla propria solitudine, elevato alla enne-volte, e cercare la panacea alle proprie illusioni.
sempre l’Americano a sottolineare come serva costruire un prodotto di nicchia per quelli che oggi hanno cinque anni, nel frattempo si sperimenta. probabilmente servira’ agli architetti per costruire le case che non riescono a realizzare ed a compiacersene, aggiungo io, con la propria architettite.
avremo, probabilmente meno architetti frustrati, mentre medicina e pornografia ne trarranno i massimi benefici.
e’ inutile scrivere della capacita’ espositiva delle stelle e strisce che anche con la alternativa dei fatti hanno la capacita’ dell show-bizz, senza retorica, con temp o e ritmo magistrali nel ricordare come hanno dovuto insegnare alla mamma analfabeta digitale a schiacciare i tasti della tastiera che non era quella della macchina da scrivere con carrello. e maniglia per andare a capo.

subito indisposta dalla presentazione di Stefania Casini (chissa’ se e’ quella Stefania Casini? il caschetto nero c’e’) per MARE NOSTRUM, dove il dramma mi scalfisce la pelle e mi riporta all’inutilita’ dell’esserci. alcune precisazioni mi rabboniscono, anche se la pesantezza del teatrante riportano la litania del celebrante nell’officiare la distinzione superata tra pubblico, attore e regista, nella presunzione dell’emozione come droga da distribuire.
a 360° sparisce il palcoscenico ed il punto di vista.
quello che e’ interessante e’ che tra Americano, Sloveno ed Italiana, la bravura del moderatore ha creato nell’acquario la percezione del digitale, nonostante le protesi, come materia da plasmare nell’illusione di non essere plasmati, realta’ aumentata nel pensiero finche’ quando l’AI non ci dara’ per superflui. nel frattempo ci riconosciamo nella ricerca dei significati a cuii attribuire un valore di scambio.
altrocche’ valore mi ha dato MARE NOSTRUM!
6 minuti di immersione nell’abisso del nero della profondita’ dove, con molta attenzione, un pezzo di stoffa, un orsacchiotto, la danza di cellulari a sostituire i pesci, senza canto, accompagnavano la scomparsa di vita che veniva inghiottita nel nero senza fondo, diventando sirena.
6 minuti cercando di afferrare il cuore, con il fegato aperto, far girare la sedia come unica liberta’ del corpo, accecare gli occhi, ma con le orecchie non abbastanza assordate per evitare i rumori del mondo di fuori. nessun odore di sale e senza acqua in cui annegare.
droga come fumo o estasi, ma il tributo alle migliaia di nuove sirene del Mediterraneo e’ indiscutibile.

il modo migliore per iniziare un nuovo genetliaco e’ LIBERATION DAY dei Laibach.
invece di una bottiglia di champagne, a mezzanotte, quella stessa del capodanno cinese, ho avviato la registrazione e l’effetto euforico e’ stato molto simile.
l’arte e’ propaganda e la propaganda e’ l’arte.
e’, forse, per questo che, assimilati i linguaggi ne riesci a smascherare l’uso e quello si propaga, senza filtri, dalla NSK e dai Laibach. come riescano a filtrare anche le contraddizioni del regime coreano nella presentazione dell’utopia avviene attraverso il semplice rispetto anche quello di non riuscire ad adattarsi alle regole, ma nel ricoprire una data ed un ruolo storico la professionalita’ riesce a confrontarsi con qualsiasi ritardo culturale.
mi verrebbe tanta voglia di fare il paragone con le cooperative italiane che si occupano di immigrati per elaborare il pressapochismo con cui ci improvvisa sulla pelle di altri meno fortunati e ci si accaparra in modo poco trasparente gli appalti famosi dei 35 euro giornalieri per emigrato, per farli finire in lagher piu’ o meno confortevoli. e’ il vedere la purezza delle vergini nord-coreane che non posso evitare il confronto con le ragazze eritree che non riescono a diventarlo per sacrificarsi al culto del dittatore e finire come sirene.
e’ lo guardare come gli ex-giovani della ex-yugoslavia abbiano mantenuto nei loro sguardi la capacita’ di sopportare, senza convinzione, cio’ che accade ed aver subito il sorpruso di chi ha preteso la definizione di confini in una terra che li ha uniti da una cultura nella laicita’. avranno riconosciuto i tanti impiegati dello stato che svolgevano in dieci il lavoro che avrebbe potuto fare uno solo, ma in Italia non e’ molto diverso.
all’estetica del regime erano pronti ed adattarsi alla censura non e’ stato un dramma per la consapevolezza che il potere e’ solo gradito quando concede privilegi.
la complicita’ tra le maestranze e’ la chiara capacita’ dell’obiettivo comune, quasi i Laibach fossero superflui, ma, poi’, hanno presenziato il rito, moncato e senza la variante dell’espressione di massa che il concerto rock ne e’ ancora tra i pochi testimoni.
l’atto estetico e’ stato compiuto e l’etica lasciata al potere di turno.
restano questi movimenti di corpi vestiti tutti uguali a sottolineare sorrisi ingenui, artefatti del patriarcato che determina la legge.
i fiori, i colori e le divise hanno sostituito il metallo del suono industriale di una classe operaia assente.

una soffiata mi aveva avvisato che ci sarebbe stata un’ospite ad una della proiezioni della sera. mi aveva consigliato di esserci dopo le mie solite tiritere sulle donne triestine e sulla contaminazione del sangue con l’est. e’ bastato sussurrarmi ‘pussy riot’, cautamente, eliminato nella presentazione del documentario per evitare il rischio ‘star’ da manifestazione cinematografica, per scatenare in me le attese da collegiale.
c’e’ a chi capita la Bellucci ed a chi tocca Maria Alyokhina.
la seconda e’ nel mio target.
si siede in prima fila, insieme al regista Yeugeni Mitta, sotto al colbacco nero quasi piu’ grande di lei. esile e minuta con i capelli biondi, ad onde, che scendono sulle spalle. se non fosse stato per il cappello, sarebbe potuta essere una delle giovani donne che si possono incontrare ad una delle fermate di autobus di centro citta’, quelle delle linee che portano in Barriera, San Giacomo e Piazza Foraggi.
discreti e silenziosi attendono.
mi avvio per rubare qualche scatto e racconto di quando mi sono sistemata un cappuccio rosa shocking in testa durante la visita di Putin a Trieste e, in incognito, avevo partecipato alla manifestazione contro lo zar degli oligarchi. solo un cenno come risposta.
sarebbe stata anche per lei la prima visione del documentario che racconta la storia artistica delle Pussy Riot, dal collettivo artistico azionista Vojna al processo diventato uno dei massimi episodi di condivisione virale, che le ha protette dalle trame persecutrici del patriarcato religioso e politico. In Russia il capitale, sebbene ben infiltrato, mantiene ancora le maschere di stato e chiesa.
non si riusciva ad attribuire loro, in quanto donne, la possibilita’ di aver scritto piu’ di due strofe di una canzone, mentre il racconto arricchito dagli apporti storici e culturali del regista, dimostra la pregevole capacita’ di pensiero di tre ragazze che, nonostante o a causa della maternita’ in giovane eta’, riescono ad entrare nelle contraddizioni della propaganda del regime con azioni pensate e studiate per mesi, nella continua dialettica del femminismo azionista.
l’avere deciso di diventare una band punk-rock nel significato dell’anarchia, nonostante non avessero nessuna conoscenza di strumenti elettrici, ma decise a farne uso per creare le azioni nell’anonimato di un cappuccio da bandito anche se colorato.
non era importante il loro volto, ma quello di chi assistiva nell’intento di far loro prendere coscienza.
arrivano al loro capolavoro della preghiera punk nella chiesa, dopo aver visto il patriarca declamare il tiranno quasi fosse stato investito da volonta’ divina e che si sarebbe servito della chiesa per i soliti giochi di circuizione delle masse credenti. nessuno sfregio ad alcuna autorita’, ma il diritto di riportare la centralita’ di chi prega, a difesa di chi lo fa, contro la strumentalizzazione di qualsiasi fanatismo.
il video della loro azione viene ripescato, dopo alcuni mesi e diventa un fenomeno virale, troppo likeato affinche’ possa riuscire a passare inosservato e l’anonimita’ ne rafforza la persecuzione.
identificate e detenute in tempi diversi, la reazione delle masse diventa globale, se anche la sottoscritta si ritrova in piazza sant’Antonio incapucciata.
Malevich ed il ruolo del folle santo nella tradizione religiosa russa, in cui si sono ritrovate altre donne della loro storia, sempre in mezzo tra politica e religione, hanno rimpolpato il racconto.
le risposte alle domande di presentatrice e pubblico, dopo la fine della proiezione, trasudavano la cultura del regista.
alla richiesta di cosa avesse provato lei, essendo stata la sua prima visione e di cui tutti attendevamo la sua risposta, nessun accenno a sofferenza ne’ a recriminazioni, ma solo:
”It’s a friends’ story.”
quando poi, piu’ avanti, nel volerle farle sottolineare l’importanza della loro azione osa solo un: ”I have the microphone, but everybody of you can be on the microphone some other time…” a sottolineare quell’anonimato anti-star dell’azionismo, le mie gocce di olio sacro la santificano definitivamente.
la parola ‘libertà’, pero’, viene sbandierata come panacea, mielosa come i suoi capelli: c’e’ ancora chi crede alla liberta’ come diritti, ma la liberta’ e’ sempre piu’ quella dei privilegi con qualche grado in piu’ o qualche grado in meno. abusata nella mercificazione, non e’ la preghiera di assoluto che soffoca in gola se non riesci ad urlarla.

in Russia ci sono ancora i dissidenti che vengono mandati nelle carceri in Siberia e Maria Alyokhina agisce per uno scrittore innocente che e’ tra di loro, perche’ ci sono state persone che c’erano per loro quando ne avevano bisogno.

postato su facebook il 29 gennaio 2017
(elisa)Betta Porro