i diavoli.

”E’ jazz…sono dei diavoli!” mi rispondeva il giovane Centis, un po’ sorpreso dalla mia richiesta di come sarebbe stato il concerto.
il vuoto totale che mi aveva posseduto fino a quel momento non portava alcuna informazione in merito a chi avrebbe suonato, in piazza Verdi, ieri sera. avrebbe potuto essere anche Gesu’ Cristo, per me sarebbe stato uguale!

avevo fatto colazione alle 7 di sera perche’ il mio corpo cosi’ aveva deciso, dopo che due giorni prima avevo tralasciato di dormire se non un paio di ore il pomeriggio.
a fatica mi sono mossa di casa con la speranza di riuscire a fare qualcosa di buono come aiutare a vestire Imma, mia madre ed andare con lei e Carlo, mio padre, in piazza ad ascoltare quello che TriesteLovesJazz propinava.
la sera prima c’ero riuscita e speravo di potere passare un paio di ore con mia madre seduta vicino, in prima fila, a goderci cio’ che proponeva il convento.
tra i suoi sorrisi e l’eco di distese infinite, la Nion Orchesta (feat. Arto Tuncboyaciyan & Alexander Balanescu) con ”Armenian Dream” aveva offerto fusion jazz.
niente di esorbitante, ma piacevole, se non altro per ascoltare suonare gli ospiti che, certamente, erano la parte piu’ interessante nella quasi monotonia dei pezzi proposti.
quella che non era, assolutamente, monotona era la piccola danzatrice che, sotto il palco, teneva la scena. si muoveva nella liberta’ del corpo che decideva per lei come muoversi. a volte a ritmo, a volte, fregandosene, fermandosi ad ascoltare, a guardare, riprendendo le sue giravolte, osservando, incurante, la sorella maggiore che, gia’ impostata nella compostezza, la guardava quasi indispettita. anche lei avrebbe voluto muoversi senza ritegno, ma, forse, la timidezza o la troppa educazione le permettevano di battere il tempo con il piede sinistro, dondolandosi, leggermente, ogni tanto.
l’ultimo pezzo del programma della Nion, con tanti musicisti friulani all’attivo, e’ stata una pallosa litania da figli dei Beatles: indubbiamente mangiati nei panini a merenda fin da piccoli, rispuntavano, nella composizione quasi indecente.
gli echi della voce ed il richiamo ai gorgheggi della Mongolia, insieme alle note di un violino da maestria rom, erano solo un ricordo nella pizza proposta come finale. non riuscivo a capacitarmi dell’ovvieta’.
meno male che c’e’ stato un biss!
sono riusciti a riscattarsi e la sciarpa a quadri bianchi e grigi, offerta ad Imma per ripararsi dal vento fresco ed insistente, insieme ai sorrisi che mi regalava in segno di gratitudine mentre mi preoccupavo di coprirla, adeguatamente, mi riscaldavano e riempivano il vuoto sempre latente.

”Ieri sono uscita e mi sono comportata bene fino alla fine anche se, ad un certo punto, non vedevo l’ora che finisse…oggi, non mi muovo!”
queste sono state le parole con cui, Imma, mi ha liquidato, ieri sera.
il mio proposito di fare la buona azione quotidiana era stato castrato con quattro parole messe in riga.
che cosa avrei potuto fare per sopravvivere al vuoto ed alla mancanza di qualsiasi stimolo in uno stato di rincoglionimento perpetuo?
il cellulare si e’ messo a suonare e, stranamente, l’ho anche sentito.
”Betta, sono in via Milano e volevo prendermi un po’ di sushi, pensavo che potevamo incontrarci…” era Jurden con la sua voce rassicurante.
avrei potuto dirle di raggiungermi sulla terrazza di casa Porro, ma i miei sono ormai impresentabili come la loro casa e pure la mia. vivono appieno la comodita’ imparata nell’aver respirato la semplicita’ della vita americana e non si fanno problemi alcuni nell’essere privi di perbenismo borghese.
e’ difficile spiegarlo agli ed inevitabile non proporre ed offrire la propria casa come luogo di socializzazione, anche se la porta e’ sempre aperta.
”Ci vediamo, tra un po’, a ponte Curto.” e’ stata la mia risposta.
”Fai con calma.” continuava, Jurden, sempre tranquillizzandomi.

mi avvicinavo a ponte Curto e cercavo di inserirmi in qualche coordinata.
ho preso per mano Jurden e come ragazzine alle medie ci siamo avviate verso il qualunque.
congetture per capire dove riuscire a trovare del sushi take-away, anche perche’ per me era inimmaginabile pensare di mangiare alle 9 di sera avendo fatto la colazione solo un paio di ore prima.
piazza della Borsa e, poi, piazza Verdi gia’ gremita di gente, dove ho ricevuto la risposta sui diavoli, infine piazza Unita’ ed il running sushi, ma i pressi non erano troppo convenienti per un take-away.
di nuovo piazza Unita’, piazza Verdi, quando all’altezza del palcoscenico il concerto cominciava.
”A questo punto ascoltiamo un po’ di concerto.” e Jurden mi rallegrava.
gia’ le prime note definivano il chi-ben-inizia.
quando il batterista percuoteva tasse e tamburi con i tempi iniziali era gia’ manifesta la diavoleria.
ancora non sapevo chi fosse che suonava, anche si il patron aveva presentato il quintetto, ma non era necessario perche’ il biglietto da visita di qualche nota era sufficiente.
tutti neri, tranne il batterista piu’ chiaro, probabilmente, caffe’ latte.
free jazz in orbita.

goduria di virtuosismi ed eleganza anche nei vestiti.
nessuno che fosse prevaricante, ognuno con il suo spazio di espressione, alla pari ed il batterista che sottolineava tutta la maestria con discrezione.
dopo il primo pezzo a quattro elementi, entrava con l’eleganza di un capo tribu’ africano il percusssionista. dire elegante del tocco e’ un diminutivo.
tutto il corpo suonava.
vari assoli dei musicisti, ma mai con la prepotenza dello strafare.
ogni nota importante.
ogni nota portava.
il batterista sarebbe piaciuto anche a Carlo perche’ non picchiava, ma il suono rimbalzava e risuonava nei cambi di ritmo come una gazzella che corre.
animali umani allo stato supremo.
come stavano sul palco, anche solo come lo occupavano, dava anni luce di scarto ai musicisti del giorno prima. lo show-bizz non e’ polpette. e’ scuola.
quando mi sono accorta del sottile disegno che stava nella progressione dei pezzi suonati l’orgasmo e’ arrivato al suo culmine: dal cerebrale del jazz sempre piu’ verso l’afro, le radici.
mai, come ieri sera, il percorso del riscatto degli schiavi africani era cosi chiaro e palpabile e la loro pelle nera riscattava tutta la cultura che il razzismo ha cercato di far apparire inferiore. e’ la pelle bianca in difetto perche’ a lei non appartiene l’eleganza, il ritmo, il corpo. a lei manca sempre uno di questi elementi se non quando si ricongiunge al tribale. e’ sempre in agguato il virtuosismo concettuale e sterile anche se irrorato di storia millenaria.
il diavolo era Kenny Garrett.
i suoi urli che riferivano, orgogliosamente, alle scimmie e che prendevano in giro anche i miei urli da bianca malprogredita, erano l’essenza del corpo che si liberava nella voce e la trasformava nell armonia delle note.
dopo il pezzo afro, l’unico in cui le percussioni, con batteria e tamburi amalgamati senza prevalenza egocentrica, erano il fuoco che incendiava i corpi, mentre i piedi presentavano l’urgenza di calpestare la terra natia, veniva riproposto un jazz, quasi fusion, a voler ricordare con chi si aveva a che fare: l’intelligenza nera.

non era solo il rito, ma l’esorcismo al contrario di diavoli che si impossessavano dei corpi. del mio e di quello di Tonia da gia’ un bel po’, mentre i vecchi di Trieste riuscivano a battere le mani e, spesso, neanche a tempo. eppure i vecchi, compresi i giovani gia’ nati vecchi, riempivano la piazza. figuraccia nel non essere riusciti a farla tremare col ritornello con cui l’officiante cercava di farla esplodere. voci timide, impigrite e troppo comode.
c’e’ voluto il sapiente sconfinare nell’hip-hop con l’accenno di rap per far scatenare la gente sotto il palco (dal quale ero stata invitata ad allontanarmi, qualche minuto prima, perche’ volevo fare un paio di foto e perche’ non gradito dal tecnico che avrebbe redarguito il patron! altra capacita’ dello show-bizz ad eliminare l’indiscrezione dei fotografi che fotograferebbero anche le giugulari. ero comunque riuscita ad ottenere l’ok del tecnico, ma la mandria umana mi avrebbe, ahime’, preceduto!)
ormai il pasto era per tutti, belli e brutti, buoni e cattivi, alti e bassi, magri e grassi, vecchi e meno vecchi.
l’officiante si e’ divertito con le ragazze che ripetevano a ritmo il suo nome ed in mancanza della piazza troppo borghese per sapere cantare stonando a mo’ di coro di partita di calcio non si e’ risparmiato nel bis e nel continuare ad offrirsi come solo i grandi possono permettersi di fare.
la gente ballava e la piazza era in scompiglio, Jurden doveva prendere l’ultimo autobus. eravamo felici di quell’inaspettato.
lei se ne e’ andata, io sono restata ancora un po’ e, poi’, anch’io ho lasciato la piazza che ballava per mantenere il diavolo che riempiva il vuoto.

‘azzz, avevi ragione, Giulio, veri diavoli!
niente sushi per me, ma solo doggy-bag del babbo e Africa sotto la pelle.

 

scritto su facebook il 29 luglio 2015.

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(elisa)Betta Porro

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