il canto delle sirene.

e’ quello del cigno che spesso e’ solo un gabbiano che ruba i panini dalle mani dei turisti.

da ieri sera non c’e’ piu’ quel luogo in cui ci si ritrovava tra sirene ed avventori di passaggio per vivere nel ‘Mermaid’s Song’ di LiberArti.
forse e’ un bene.
la causa di tutto e’ stato il capitolo undicesimo dell’Ulisse di Joice che il Bloomsday ha voluto concedere.
due parole d’ordine:
-il suono si trasmette nel vuoto;
-vedere senza essere visti.
nel gioco di bicchieri, bottiglie vuote, vino, parole, sabbia, monetine,…l’interazione con il suono trasportava in un profondo atavico, in cui le sirene erano pronte a concedersi.
come in un cubo magico si veniva proiettati in un altrove di cui questa citta’ e’ piena: guardare fuori dal cubo senza essere visti, vivere dimenticando di avere vissuto, sentire senza ascoltare.
si alzavano i bicchieri per brindare e le parole come suoni ammalianti scaturivano dagli angoli nascosti senza potere vedere chi le sussurrava.
le sirene, prostitute del porto per Joice, sono pronte a donarsi in cambio di qualche moneta per poi ritornare negli abissi e lasciarsi dietro solo il ricordo del canto ammaliante. almeno loro non si pettinano i lunghi capelli biondi su di uno scoglio dimenando la coda inguainata nell’ultimo modello alla moda. se lo fanno sono sdendate e vecchie, rattoppate di vita promiscua.
nel cubo allestito, quattro metri per quattro, e’ il promiscuo a liberare il peso dalle fandonie raccontate per il gioco fallico.
il canto delle sirene e’ quello di chi osa la parola ed il corpo che si scopre e scopre l’incanto.
auto-consolazione? forse.
che cos’e’, se non auto-consolazione, il mito.

e’ dall’Irlanda che il suono diventa fragore di onde schiantate sugli scogli con la bora a fare compagnia ed a portare il suono dove decide lei.
a stento ho trattenuto (come il tuffarmi sulla pila di bottiglie vuote che adornavano le vetrine e la credenza anni cinquanta dell’installazione del cubo-stanza-sospeso-tra-sabbia-e-vuoto nel villaggio joiciano) il volermi arrotolare e schiantare in un pogo scomposto contro le pietre dell’arco di Riccardo, scenografia per i Fathers Of Western Thought.
pietre non rotolanti (per fortuna!), ma melodie frantumate sugli scogli e sano suono masticato nel nord delle isole britanniche. quella buona dose di punk-rock metabolizzato con il biberon e le pianure del noise a richiamo di quelle verdi irlandesi.
scoperta fortuita mischiata al piacere della sorpresa.
una serata di bora non ha portato le masse ad ascoltare il canto delle sirene riproposte da chi ha fatto dello studio degli scritti di Joice il presupposto di confrontarsi con le proprie origini nel flusso della co(no)scienza.
e’ un po’ lontano il ricordo del suono, ma risuona del suo essere stato dirompente nell’offrire tutta la criticita’ del pensiero occidentale che, insieme a tutte le sue sirene, si e’ incagliata negli scogli del mare della presunzione. solo poche navi spaziali porteranno i sopravvissuti verso la rovina di altri pianeti.
niente pogo per la senescenza degli ormai quasi contemporanei di Joice, se non all’anagrefe, nelle meningi latenti e botox(sch)izzate.
i giovani musicisti sembravano piombati da un’altra galassia, ma la loro musica era il richiamo di una sirena mostruosa.
la mia disperazione nel non aver potuto pogare.

con tutto il giro di sirene che strombazzavano, sguazzavano e cicalavano anche il canto delle foche e dei trichechi della politica ha intasato le orecchie ed ogni tipo di comunicazione con le litanie delle varie parrocchie.
solo resa dei conti al ribasso e maialini allo spiedo.
volgarita’ e presunzione allo sbaraglio.
se solo si vendessero per qualche moneta come le sirene di Joice.
la danza dei pinguini allo sbaraglio, tra i prosciutti in minigonna a ballare il tango, imbonitori racattati per aizzare le prede, contro la schiera di chi non sbaglia il congiuntivo.
supponenza contro arroganza.
solo note stridenti, quelle del fischio della saturazione di un impianto musicale che trapana il cervello.
troppi appunti sul punto senza un cantastorie.
pifferai senza il piffero, ma del piffero.
il racconto di storie sorpassate che pretendono di essere ascoltate, ma la merce esposta e’ tutta scaduta, fuori tempo, fuori gioco, fuori logica, nel tentativo di rincorrere modelli consunti e stabiliti dal privilegio.
nessuna sirena nordica a contrastare le sentinelle in piedi.
il lascito democristiano di tutta la classe di impiegati statali del Sud Italia, impiantati nel tessuto laico, e’ peggio delle tarme.
adesso solo canti sgrammaticati.

in ‘La Santa che dorme’, cortometraggio di Laura Samani presentato in mezzo al festival dei Shorts, con le antiche litanie scritte e cantate da Irene Brigitte, ieri sera (diventato, ormai, l’altro ieri sera!), ho trovato un lieve conforto.
la vergine che annega la giovane ragazza, che sembra dormire, ormai santa, per risvegliarla: diventa donna, invece.
la fine della santa e, forse, della sirena.
il canto introduce, accompagna la processione e la morte-nascita.
e’ nell’immagine della fanciulla che vorrei restare, nel desiderio di crescere e diventare donna.
e’ qui che la sirena si (in)castra: la sirena non potra’ mai diventare donna e fare all’amore.
sara’ per la legge del contrappasso che le sirene di Joice sono prostitute e si donano per qualche moneta per potere fare l’amore con chiunque esso sia?
sara’ per questo che incantano chi donna vorrebbe essere e non riesce a diventare?
sara’ per questo che devono essere tutte giovani e belle, nell’illusione che un probabile loro rifiuto ad accoppiarsi possa essere per loro causa di dolore ed amore inespresso? (quanto di questo e’ solo l’inespresso del desiderio maschile!)
sara’ per questo che alle sirene preferisco le zittelle?
neanche i sirenetti perche’ la loro castrazione non e’ quella freudiana, ma solo un errore di natura.
neanche triti e ritriti i tritoni.

potrei solo essere sirena di me stessa e cantarmi dell’impossibile, ma non canto.
faccio solo tanto rumore per nulla. rumore.

postato su facebook il 10 luglio 2016

(elisa)Betta Porro

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