il cocktail rosa punk di Barbie.

prosecco (?), ribis, campari e vodka. fragola e bordo zuccherato del bicchiere.
niente gin.
”Gin? Per Barbie vodka!” sottolinea Luca, rassicurandomi che nell’intruglio divino dedicato da lui a Barbie, cioe’ a chi hanno educato per diventare tale, non sarebbe mai potuto essere gin. meno male!
tocco di classe nel spruzzare lime da un flaconcino di profumo.
la fragola e’ la voglia che ho marchiata alla fine della scollatura sulla schiena.

non ho potuto approfittare oltre delle pozioni magiche di Luca, perche’ ci hanno buttato fuori dal capannone container nel mezzo del cantiere di una citta’ in itinere, attraverso I processi di urbanistica pareicipata.
sempre in mezzo alla landa deserta viennese, dove si pensa al futuro dell’abitare, a nord di Vienna, ricercando modelli da proporre ad una classe media con ancora a disposiIone del capitale da spendere e spandere.

era la ciliegina, anzi fragolina, sulla torta di questa giornata viennese, anche se solo nella periferia della capitale dell’Impero.
non ho immagini di supporto della ”fladen Haus”, con spazio costruito intorno alla leggerezza della trasparenza del vetro e della sostenibilita’ del legno, in un’area periferica della citta’. dal centro alla periferia un susseguirsi di costruito di residenze abitative accompagna il percorso della metropolitana mostrando un’antologia di esempi dal moderno al contemporaneo danno bella mostra di se’ nell’ intercalare tra fermata e fermata.

lo sgomento sta nell’avere conferme nella capacita’ del socialismo di diventare visione.
”Il socialismo e’ cultura, tutto il resto e’ natura.” e’ la frase che mi ha messo, completamente, ko dell’intera serata. mi sono piacevolmente azzittita. quanti rimandi!

e’ stato un continuo rimbalzo tra i linguaggi in cui Vienna e’ insuperable. il viaggio di ritorno, in metro’ con uno degli studenti del DAMS dell’universita di Vienna, e’ stato il metro con cui misurare la possibilita’ di analisi: con estremo piacere la mia possibilita’ riesce a diventare anche argomento di conversazione anche in metro’: acquisizioneone discreta, probabilmente anche al di sopra della media, in un continuo rimando di parole, segni e significati.

cercando il conforto della solida spalla di chi e’ stato compagno di partito architettonico nel corso di progettazione con Luciano Semerani, senza avere alcuna paura di potere essere fraintesa, ho continuato nel mio delirio performativo, post cocktail di Barbie, salendo in piedi ai sedili del vagone della metropolitana. uno spettatore, per caso, nero, e’ restato senza la possibilita’ di poterlo coinvolgere. Volkstheater, era la mostra fermata.

davanti alla porta dell’albergo, mi sono fermata, a finire l’ennesima cicca.
alla fine della strada, dei cretini, che dovevano avercelo alquanto piccolo, si divertivano a tirare i botti. non aspettavo altro che si avvicinassero per fargliene ingoiare uno, ma ad una cinquantina di metri da me, dopo aver attraversato la strada sul alto opposto del mio, miracolosamente rinsaviti, si sono allontanati facendo finta di niente. allontanandosi nuovamente da me, dopo avermi sorpassato, hanno ripreso coi botti.
almeno erano stati a doverosa distanza.

mi sto adornmentando pensando alle infinite suggestioni ricevute ancora una Volta dal Salotto.Vienna, disperso nella landa viennese, come in un film da West-coast: amici ritrovati e riabbracciati, atmosfere surreali di un luogo che non c’e’ ancora e che diventera’ grazie ad un pensiero condiviso, professionalita’ inappuntabili nella comunicazione e sugar di di affetto.
come spiegare il mio concedermi lasciva a domande accurate e pertinenti di chi possiede un linguaggio comune con cui e’ fossibile dialogare all’infinito affidandomi solo alle mie incertezze?. l’imbarazzo del tedesco trapattoniano era trascurabile rispetto al mio essere seduta sul bancone del bar, su cui ero salita per declamre il mio essere Barbie (prontamente sottolineato dall’interlocutore attento come chiara dissenso feministsa al modello) e nell’impossibilita’ di discendere da esso se non ad intervista ultimata per non finire con la caccia a terra ed annullando tutta la trama costruita.

e’ nell’errore che sta la peculiariarita’ ed in come si riesce ad essere con esso spregiudicati. non e’ incensarmi, ma prospettare un cammino di sole incertezze a Giulio e Nicola che si sono avvicendati sul palco.
e’ il sound del mare a cui dovete riferine la vostra pulsazione. Il ritmo non e’ la cassa che batte, ma il sangue che scorre. e’ il cambio improvviso della direzione dell’onda. e’ marea che si alza e si abbassa secondo la luna. non e’ certo il suono pulito che batte da sound anni ’90.
la corrente sonora non e’ solo adeguata ricerca musicale, e’ onda che si infrange e che si frantuma contro lo scoglio.

adesso dormo, continuando a chiederrmi che cosa ci faccio qui.

 

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scritto su facebook il 31 gennaio 2015.

(elisa)Betta Porro

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