il fronte tedesco

il terzo giorno di biennale architettura ai Giardini con tutto il carico di esaltazione persistente ad infastidire piedi e giunture.
Boeri (non so chi sia il fratello piu’ famoso) mentre si accingeva ad entrare con me, e’ stato rimandato indietro perche’ senza codice a barre: senza codice a barre non si entra in biennale.
tutti ad ascoltare le premiazioni trasmesse sul megaschermo all’entrata.
mi sono attardata un po’ per la curiosita’ di conoscere i vincitori, ma, viste le lungaggini ed un qualcosa conferito al padiglione giapponese, mi sono avviata per l’ultima scarpinata dell’inaugurazione.
dalle prime battute ho percepito il cambiamento dell’utenza: erano finiti i giorni della stampa e dei professionisti ed era stata aperta al pubblico la mostra. sapevo che non avrei potuto piu’ godere della vista di architetti, soprattutto nordici e delle loro toilette. c’e’ da dire che e’ stato un gran bel vedere nel concentrato dell’architettite messa in mostra. tutte le mise da perfetti engage’ dell’immagine e poca presenza di rappresentanti italiani che avrebbero fatto scadere lo stile. prevalenza del grigio, abbastanza bianco negli abiti delle donne, varie tonalita’ del beije per i completi da uomo soprattutto dall’impero e solito nero, ma non cosi’ asfissiante, ne’ tacchi dodici, otto, sei e neppure quattro.
quando ancora invischiata nella professione, il guardaroba per la biennale richiedeva sempre uno studio accuratissimo ed il guardarmi intorno manteneva, perfettamente, le attese.
dove c’e’ estetica c’e’ etica. l’estetica aveva fatto bella mostra di se’, peccato che l’etica sia solo quella del potente di turno.
le gabbie degli architetti dal centro Italia in giu’ non erano state ancora aperte, ma non sarebbe stato piu’ cosi’ e gia’ le prime avvisaglie le scorgevo nell’altezza degli avventori del sabato che si era abbassata visibilmente per non parlare delle varie toilette di provincia che iniziavano a brulicare tutt’intorno.
non ero riuscita a farmi tutte le due sedi principali della biennale, nei due giorni precedenti e mi dovevo sobbarcare la provincialita’ all’assalto, italiana e non.
in aggiunta non ci sarebbe stato il carburante somministrato con le varie inaugurazioni spicciole dei padiglioni ed il tutto pesava di piu’, nonostante non avessi i cataloghi racimolati al seguito.

mentre stavo entrando nel padiglione belga sentivo urli e grida che provenivano dal padiglione appena visitato, quello spagnolo.
piu’ tardi avrei saputo che era stato dichiarato vincitore.
forse i disegni di progetti fatti a mano ed incorniciati come opere d’arte ne era stata la causa?
finiti i padiglioni sulla destra, Spagna, appunto, Belgio ed Olanda, avendo gia’ fatto il padiglione centrale, mi sono diretta verso la Finlandia, preceduta da una tenda (forse una di quelle lasciate da Gheddafi) che non ho visitato perche’ distratta da un tavolino per il catering.
qualcuno se l’era dimenticato dal giorno precedente?
ho scoperto che ci sarebbe stato un aperitivo al seguito di una delle conferenze che sarebbero state presentate, ogni sabato, dai Finlandesi.
era buono a sapersi perche’ sarebbe potuta essere una pausa ristoratrice.
America/USA, Israele (dove mi sono beccata il rimprovero di Arad perche’ non ero passata nei giorni precedenti), Austria, Eire, Yugoslavia, Romania (dove mi sono assicurata la borsa gialla del FAIR BUILDING e uno dei padiglioni consigliati dal NYTimes), sono arrivata in Grecia.
con l’odore di origano rimasto dalle libagioni per i banchetti tenuti, si apriva davanti tutta la bellezza dello scarno delle sedute di legni di pezzi di anfiteatro dove consumare la tragedia. nere lavagne di ardesia alle pareti dove potere tracciare col gesso bianco quello che sarebbe stato, ahinoi!, cancellato.
tutta la voglia di resistere per esistere ed il modellino di cartone scanalato che sapeva di esame di progettazione.
chiacchere scambiate con una giovane a cui non sono riuscita a risparmiare il mio cinismo dell’inevitabile finale da tragedia greca di cui tutti siamo responsabili, partecipi, attori non professionisti.

il prosecco mi aspettava.
stupidamente non ho preso i soliti appunti da universitaria di lungo fuoricorso e non ricordo molto della conferenza che, con grande piacere, ho dovuto assistere prima di riuscire a bagnarmi la gola.
al posto giusto al momento giusto: from BORDER to HOME.
ricordo tre punti illustrati dal curatore del padiglione, Marco Steinberg (figlio di Siciliano trapiantato in Finlandia, infanzia o adolescenza, trascorsa a Roma; oggi, responsabile del concorso aperto per la mostra della biennale architettura agli architetti finlandei sul tema dei rifugiati):
– city/non-city e’ la divisione;
– la piu’ stupida domanda che si possa fare e’: da dove vieni?
– sono gli estremi della curva gaussiana che bisogna prendere in considerazione, non il risultato medio delle probabilita’.
stecchita, anche prima del prosecco, nonostante la mostra dei progetti scolastica e poco accattivante.
il passaporto dei no-borders, che girava anche sui tavoli del catering, ha completato lo stecchimento.
con le bollicine in corpo l’effetto della terapia e’ continuato con ‘in therapy’ dei paesi nordici (maledetti nordici!)
i gradini di legno che salivano quadrati verso l’apice del soffitto del padiglione di Alvar Aalto, in antitesi ai divanetti freudiani, aggiungevano l’estasi del/al significato.
maledetti nordici! se volevano concupirmi, ancora una volta, c’erano riusciti. per dispetto e poca voglia, non ho raccolto i fogli del catalogo sparsi per i gradini.
la libidine e’ sopraggiunta quando la partitura degli scalini in legno combaciava, in prospettiva, con la partitura di cemento del soffitto preesistente.
stizzita mi sono allontanata per mancanza d’amplesso.

il bello doveva ancora arrivare.
capita, nell’era del virtuale, che si abbia bisogno di ricaricare la batteria dello smart-phone che si e’ scaricata.
chi si presenta davanti?
il padiglione della Germania con troneggiante la scritta: FREE WI-FI PHONE CHARGERS.
e’ un complotto.
inersorabilmente sono entrata e sono venuta accolta dall’andirivieni di una qualche stazione di transito con bella mostra dell’angolo, sulla sinistra, del caricatore per smart-phone ed i-Pad.
collegato il cellulare, sull’altro angolo , si sono ritrovata il distributore di lassi (questo e’ il nome che io conosco per lo yogurt salato). niente di meglio per una carica di proteine.
ho cercato di parlare in inglese, poi in tedesco con l’addetto alla distribuzione. mi sono scusata di non conoscere la lingua che lui parlava.
”Parli italiano?” mi fa
con tutto il mio stupore chiedo, facendo quella domanda stupida che automaticamente viene da fare: ”Da dove vieni?”
”Da Mestre.” risponde lui.
insisto con un: ”Di dove sei?”
”Libanese.” e’ la risposta.
potrebbe tatuarsela direttamente sulla mano per ovviare le migliaia di volte che se l’e’ sentite fare le mie domande.
ho approfittato del lassi (i libanesi lo chiamano in modo diverso) aromatizzato alla menta, oltre ai marschmellows, che era secoli che non manigiavo e le liquorizie ripiene.
ho cercato di acclimatarmi fino a che la batteria non si fosse sufficientemente caricata per permettermi di andare a scattare altri momenti del percorso obbligato.
vicino a me c’era una donna, probabilmente una professionista, che caricava i-Pd e cellulare, oltre ad un giovinastro, di quelli con infradito di plastica, pantaloni bianchi larghi e stretti sul fondo, camicia di jeans ed occhiali scuri, oltre ai capelli biondi ed il fare femminile. una certa complicita’ si e’ avviata nell’avere trascorso qualche minuto nell’attesa del ricaricamento delle batterie. l’estraneita’ e’ stata domata dall’esigenza scurrile del potere riavere il controllo del mezzo per la documentazione della propria storia.
ho gironzolato intorno e tutte le scritte che mi si offrivano parlavano dell’intenzione di superare lo stato di emergenza anche con la fila di mattoni ancora ben impachettati nella plastica e la scritta di destinazione San Marco.
sedie di plastica bianche, quelle da giardino, a disposizione di tutti per potersi sedere ed avere il proprio posto temporaneo.
era in quel sentirsi in una stazione in transito che ritornava a galla tutto il mio essere profuga da una terra che non mi apparteneva se non per il caso della nascita.
ci stavo bene.
tanti altri avventori cercavano i progetti architettonici che una biennale di architettura avrebbe dovuto esporre. invece si ritrovavano solo nella dichiarazione di intenti e nella voonta’ di confrontarsi con l’inevitabile.
mi ritornava in mente la presuntuosa asserzione del sudafricano nel dire che avrebbero potuto fare molto meglio della Germania e delle palafitte con lo sdoganamento di un supporre futurista che mi facevano ridere di gusto , mentre le persone intorno a me mi guardavano con sospetto mitigato dalla circostanza in cui tutti ci ritrovavamo.
tutti in transito, senza fissa dimora, verso una casa che non esisteva per diritto divino.

batteria non sufficientemente caricata, perche’ al padiglione svizzero mi avrebbe di nuovo abbandonata, con il buon umore regalato da un lassi e da una ricarica per batteria, ho concluso il giro tra gli esercizi di bella calligrafia, ma con la grafia molto spesso zoppicante.
poco altro da citare. se non richiamare i messaggi dai fronti e della sua achitettura di frontiera, l’unica ancora sostenibile.
all’occidente non resta che sdraiarsi sul divanetto di Freud a dialogare con il proprio super-io.

 

postato su facebook il 7 giugno 2016.

(elisa)Betta Porro