Il passaporto di uno stato che non c’e’.

con in mano il passaporto di NSK State, la mia biennale sarebbe potuta finire senza iniziare.
c’era, pero’, ancora Zliziek-con-strescize da andare ad ascoltare.

avevo letto, da qualche parte, sui profili legati a NSK ed Irwin, che, il martedi’ prima dei giorni della stampa, ci sarebbe stato un brunch a ca’ Tron, sede di NSK State Pavilion – 57th Venice Biennale.
cosi’ non era.
…ma io mi sono ritrovata in pieno allestimento.
come prima cosa ho cercato di ricordarmi dove fossero i bagni, ma ho dovuto chiedere perche’ quelle mura cosi’ conosciute, mi erano diventate estranee.
strana sensazione ritrovarmi nell’atrio centrale di urbanistica (oggi non so a che cosa serva, visto che l’urbanistica, una delle facolta’ piu’ interessanti in Europa, e’ stata eliminata allo IUAV) che le ultime volte avevo attraversato in compagnia del barone Salzano, con qualche chiacchera per poter diventare assistente, ma troppi squali nuotavano attorno.
visi conosciuti intorno, anche se non ben identificati, non mi hanno ostacolato l’ingresso e, indefessa, sono entrata nel tunnel.
ho raggiunto il primo spazio in salita.
altrocche’ estraneamento!
squilibrio, gravita’ mancante, testa in giravolta, stomaco sottosopra, punti cardinali ribaltati, non piu’ terra sotto i piedi, attaccata alla parete di sinistra cercando di non dare manate sul bianco ed evitare craniate sugli schermi video. volantini per terra con quello di Trump che aggiungeva il disagio.
ce l’ho messa tutta per orientarmi, scalare, il pavimento, ma la mia testa non e’ riuscita a seguire il corpo nella scalata ed il dietro front e’ stato inevitabile.
un bel po’ per riprendermi, mentre addetti e curatori cercavano di ignorarmi con sorrisi che non riuscivano neanche a segnare le labbra.

tergiverso.
(passo all’indicativo presente per non stressarmi con i soliti errori di consecutio temporum.)
Miran mi viene in aiuto, divertito, scocciato, sorpreso di vedermi. gli racconto del brunch che avevo letto e lui da’ subito la colpa a faccialibro (probabilmente una delle comunicazioni private tra gli addetti era diventata pubblica e non poteva sfuggire, complice l’algoritmo, ad una assidua loro guardona).
arrivano altre tre giovani donne (una di loro, l’inglese, un po’ meno), vere curatrici (Louvre, Dubai e di qualcosa a Londra).
sono le salvatrici della mia presenza imbarazzante.
mi accodo con la faccia di bronzo, anche perche’ la direttrice del progetto, Mara Ambrozic, mi tratta amichevolmente perche’ devo averla incontrata in qualche incontro di Trieste Contemporanea e Giuliana Carbi e’ la garanzia riconosciuta da ogni abitante nell’arte del centro-est europeo.
rivedo Borut, un altro degli Irwin conosciuto a Vienna, sempre di poche parole, che mi regala un sorriso di chi ti riconosce ed io gongolo.
Ahmet Ogut-con-tutte-le-umlaut-che-volete, artista e curatore dell’installazione parla di ”global unbalance/disorder/instability/gravity/burocracy”.
tutto ben che’ provato sulla mia pelle: per arrivare al passaporto NSK bisogna superare le barriere della gravita’.
Miran aggiunge che sono stati gli artisti, gli Irwin e tuti i possessori di passaporto che hanno risposto a delle domande sul patrimonio europeo, a scegliere i curatori. il processo inverso del mercato dell’arte.
le curatrici si mettono in fila per il passaporto ed io mi aggrego.
sono quindici anni che aspetto tale occasione, anche se so che avrei potuto farlo direttemente on-line, ma vuoi mettere il brivido della fila, della burocrazia e del tempo dedicato per il rilascio!
ancora qualche problema per mettere a punto il sistema, ma e’ stato appena installato tutto, compresa la nuova stampante.
le curatrici pagano l’obolo/bollo, ma non hanno tempo per aspettare il rilascio e quella di Dubai snobba: il passaporto che possiede e’ sufficiente per darle il diritto di esserci.
si saranno fatte intimorire da Borut incazzato del fatto che troppa gente stava sul piano sospeso dove ci si sarebbe dovuti inerpicare sulla scala per il ritiro del passaporto.
un piano sospeso su cui c’e’ una scrivania ed una sedia a rotelle e, sotto al piano, un’altra scrivania e sedia a rotelle uguali, ma sottosopra.
incontro Andrej, altro degli storici di Irwin e, vista la mia perseveranza nel dedicare loro il tempo, mentre chiacchieriamo e ricordiamo occasioni viennesi trascorse fuori dalla Kunst Haus, prende a cuore il mio caso e cerca di mettere a punto la tecnologia e la stampante che ha deciso di fare l’artista anche lei disegnando quadrati di colori sui fogli ed emettendo strisce plastiche appiccicaticce.
i curatori vogliono fare il giro di ricognizione con tutti i responsabili del progetto, ma lui si attarda perche’ vuole consegnarmi il passaporto.
fatta la fototessere si aspetta la stampa.
tutti hanno capito che devono attendere.
c’e’ anche il tempo di una sigaretta sul canale con tutti gli uomini che contano e che mi tollerano tra l’indispettito ed il divertito.
rientriamo, ahmet sposta una delle due scale di alluminio e la sistema davanti alle scrivanie sospese e mi invita a salire.
meno male che non lo devo fa a testa in giu’!
mentre salgo ricordo le scalette degli aerei che mi portavano da Asmara e Massaua, quelle che mi avrebbero voluto far diventare una hostess, tra performance e reale, arrivo davanti al ragazzo nero che mi chiede perche’ sono li’.
”I want to retire my possport.” dimenticandomi di dire il ”sir”.
”What’s your name?”
”Elisabetta Porro.”
”Yes, we have your passport.”
”Thank you.” sempre dimenticando il ‘sir’ dovuto.
lo prendo, mi giro e urlo.
applausi.
finalmente si possono liberare di me!

pubblicato su facebook il 24 maggio 2017
(elisa)Betta Porro