il tappeto di Penelope.

come non riuscire a tagliare la tela ed il filo della condizione femmiile che soffoca col rammendo dell’esistenza piena di stracci, strappi e toppe.
toppare nella diligenza e nell’educazione alla disciplina e restare in attesa di Ulisse.

La Biennale al femminile non e’ scandalo, solo ritardo.
e’ successo che, dopo aver colmato un po’ la mia crassa ignoranza con la conoscenza della Bratescu, nel padiglione della Romania, che, negli anni quaranta aveva gia’ detto e fatto tutto in tema di performance, la voglia di scappare da qualsiasi altra proposta del cricondario, ai Giardini, e’ stata esaudita.
nulla avrebbe retto il film su pellicola rovinata e tutto cio’ che, incredula, avevo assorbito.
repete, il giorno seguente, all’Arsenale, dopo l’incontro con Jesse Jones ed il suo ‘Tremate, tremate!’ (non so dove vanno maiuscole e punti esclamativi.): nessuna rappresentazione di strega bianca, complice la tecnologia, poteva ammaliare i sorci sottostanti e caricarsi di tutto il significante che l’occidente lascia che le donne debbano trascinarsi dietro.
streghe, appunto.
…e non ti regalano la cioccolata.
ghigni, capelli bianchi, bocche verticali con denti d’avorio, lontana e vicinissima, tra le mani che scorrono sui veli neri per cercare di abbracciare.
lontanissima e vicinissima.
come rendere magico uno spazio sfigato e sospendersi nel tempo.
il nulla e’ cio’ che si puo’ sopportare dopo di lei.

poi l’incontro con Marina Lai, un paio di giorni dopo, nel padiglione centrale ed il matriarcato sardo si e’ esibito prepotente.
libri di pane carasao, nastri per legare la montagna, libri cuciti e l’anima nelle proprie origini. fogli di stoffa ricamati con la preziosita’ di gesti ed urla, diari che raccontano il gusto e la tradizione tessile della Sardegna, lo stesso in cui ho potuto immergermi, sporadicamente, nell’atavico della dea madre.
donne forti, le Sarde, che quando si mettono all’opera tutto lo sforzo verso la perfezione del prodotto materico e’ evidente.
raccontano di sublime, nell’avversita’ del fato.
terra in cui mi perdo tra pardulas e culurgiones.
tanto ago e filo anche nella mappa di un mondo di rotoli di fili colorati che legano abiti. trame sottili del racconto che pretende il fermarsi a chiaccherare con un tutor/artista, con cui devi parlare se vuoi portarti a casa un rammendo d’arte, dove nel riempire lo spazio del ‘chi sei’ ho scritto ‘architetto/performance designer: che poca fantasia e quanto condizionamento dei ruoli. una vera sconfitta per chi ha sempre cercato di soprassedere alle definizioni appioppate, senza riuscire a scardinarle, ma subendo, inevitabilmente, il condizionamento di ore ed ore passate a ricamare a punto erba o punto croce, insieme alle lezioni di piano, di pittura e di danza classica, quando si voleva fare di me la perfetta rispondenza di una ragazza di una buona famiglia borghese.
non ce l’ho fatta! per quanto punk, l’imprinting dell’educazione bianca occidentale, anche se condita con africanita’, ma aggravata dall’americanismo, resta alle definizioni che si pretende di dare, secondo la classifica del punteggio da raggiungere e le prestazioni da ottemperare.
e’ inutile cercare di spezzare la matita, ci si riduce sempre a fare sempre o solo la punta.
quanta autoreferenzialita’!
ci sta anche il lusso delle mie relazioni che, qualche giorno piu’ tardi, mi fanno trovare, tra le mani, un diario di Matina Lai, con piccola scrittura-di-punti nera.
ho trattenuto il fiato per la gracilita’ preziosa.

tanti altri fili, stoffe, tricot per dare spazio al femminile che resta in collegio e che solo nella performance, soprattutto quella targata est, riesce a scalfire il perbenismo dell’essere decenti ed estetizzanti. per fortuna poca estetica da abbellimento per VIVA ARTE VIVA! Venice Biennale.
la preziosita’ delle rifiniture. sovrappunti ed orli, che nel nomadismo e nella creazione della relazione tribale ritrova la fattura ed il taglio del gesto.
l’artigianato delle vibrazioni, soprattutto se sonore, e’ la valenza.
colori e riti per appartenere.
non e’ una mostra per critici d’arte, collezionisti e mac(h)isti e neppure per chi si crede un(‘)artista.
e’ racconto dimesso, senza testosterone d’assalto.
ho perso il foglietto della musicista nomade canadese che registrava in un angolo la sua elettronica, subito dopo i rotoli di fili. la seconda volta non c’era il cane che era stato messo in un siparietto, tra le lenzuola di un letto, mentre la sua ‘padrona’, lo dirigeva, senza che lui potesse allontanarsi (un vero scandalo per gli animalisti!). quel giorno, la padrona, seduta vicino al letto senza cane, portava un cartello con cui cercava un passaggio per il giorno dopo, fine dei giorni dell’inaugurazione.

mi sono comprata un ricarica batteria per i-Phone che mi sono trascinata dietro per tutta la permanenza a Venezia, insieme al carico di balzelli, depliant e cataloghi raccolti (ringraziando il fatto che e’ finita la pacchia dei cataloghi gratis per la stampa!) e che non ho mai adoperato: con sommo stupore ho scoperto che la carica dell’i-Phone, ricaricato la sera prima, era esattamente uguale alla mia capacita’ di riuscire a stare in piedi ed a non crollare esausta trascinata dal schiacciare il tasto per vomitare fotografie.
per cui il racconto e’ stato spesso interrotto e ricostruito, al contrario di quando scorri in sequenza spazio-temporale un film, di autori diversi, magari a puntate. la conseguenza di cio’ e’ che, senza seguire la sequenza di foto scattate non riesco a recuperare i sottotitoli dei pensieri, ma non e’ cosi’ importante.
il pensiero che pero’ e’ nato spontaneo e’ stato: ma queste donne non riescono a liberarsi di ago e filo, tricot, lavatrici e pranzi?
sembrerebbe di no.

a forza di nascondersi sotto il tappeto, in attesa di Ulisse, si diventa polvere.

postato su facebook il 23 maggio 2017
(elisa)Betta Porro