il vestito da sposa.

come cagna randagia (com’e’ difficile scrivere queste parole!) ho cercato il senso.
l’avrei potuto trovare vestendomi da sposa.

al Miela presentavano ”Io sto con la sposa”.
”…un documentario prodotto dal basso – il caso cinematografico del 2014 – un’occasione per una grande festa multiculturale dove ci si può conoscere e riconoscere.
Un poeta palestinese siriano e un giornalista italiano incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia.
Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, decidono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati.

Seguirà festa nunziale. Pregasi venire vestiti da sposa e da sposo…”
(ricopiato dall’invito)

pioggia, rallentamento motorio e pensieri velati mi hanno evitato la festa nuziale.
avrei potuto animare un mio travestimento e sostenere il contrabbando di chi ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani per aiutare chi e’ ”clandestino”.

invece del velo da sposa e’ stato il velo sui pensieri ad avere la meglio.
nonostante lo spargersi la pancia di estrogeni per fornire una sufficiente quantita’ di ormoni al cervello, c’e’ un velo sempre pronto a ricoprirlo, ad annebbiarlo, a stendersi sopra. pietosamente.
non e’ semplice, forse impossibile, rimuoverlo.
un ronzio costante ed alcune parole continuano a suonare in un loop:
”Senza arte ne’ parte.”
e’ come si riferiva mia nonna materna, Ida, a chi non aveva un buon mestiere che facesse guadagnare il giusto e non aveva neppure un buon partito a cui riferire.
e’ da ieri sera, durante una cena con il femminile emancipato triestino spinto (condito di minestra di zucca con zenzero e mela, peperonata con peperoni rossi austro-ungarici e kranz) che quelle stesse parole cercano di attaccarsi addosso.
per quanto cerchi di scrollarmele di dosso, sono appiccicose e fastidiose.
scacciandole ritrovo l’urgenza di dovermi confrontare con loro.
forse e’ solo il volermi misurare con un qualche valore contrattuale di mercato sempre snobbato o, forse, e’ solo cercare conforto in una qualche remunerazione per acquietare l’isteria ormonale non avendo una coscia maschile su cui appoggiare la mano e tranquillizzarmi.
eppure non e’ ne’ questa arte ne’ questa parte che ho mai cercato.

dopo un pomeriggio trascorso alla ricerca di una qualche validita’ nel definire una mia qualche professione, discutendo insieme a chi mi offre la sua interfaccia e la sua capacita’ professionale, rientro a casa ed ho solo voglia di mettermi in pigiama.
che cavolo! c’e’ l’invito in una birreria dove un duo, sax e pianoforte, improvvisera’ musica. forse riusciro’ ad ascoltare ancora qualcosa e ad incontrare qualche amico.
come un automa mi riinfilo scarpe, giacca e piumino tecnico.
sono di nuovo in strada.
arrivo dove credo che potesse essere il pub, ma non c’e’ musica.
se solo avessi guardato anche l’indirizzo prima, non mi ritroverei a cercare nella protesi elettronica le informazioni mancanti.
con l’i-pad sul braccio vado verso una possibile altra destinazione e cerco la via:
via Felice Venezian e’ a due passi. spengo l’i-pad.
arrivo nella via e non ho nessun ricordo di birreria. salgo un po’ sulla salita.
se solo avessi guardato anche il numero della via non mi ritroverei a fare su e giu’ per la salita. riaccendo l’i-pad scendendo per la strada.
trovo il numero. risalgo su per la strada e mi accorgo che sono le luci che avevo visto a meta’ della salita, ma che credevo fossero quelle di un ristorante vegetariano.
se solo avessi fatto qualche passo piu’ in alto prima di ridiscendere ci sarei gia’ arrivata ed avrei evitato agli uomini fuori di un’enoteca di chiedersi che cosa caspita stavo cercando.

il suono del sax mi accoglie fuori dalla porta.
guardo dentro e non vedo nessun viso familiare a parte il pianista.
indugio un po’ e, accendendomi una sigaretta, mi appoggio su di un lato del muro che incornicia la porta. dove sono tutti? non c’e’ nessuno.
non mi importa, posso sempre prendermi una birretta.
passa un motorino di corsa ed il suo rumore entra proprio alla fine di una frase del sax per poi coprirlo. finisce il rumore e ricomincia il sax.
scema il rumore del motorino ed il tappeto di note del pianoforte sale leggero ricco della maestria di Riccardo Morpurgo che lo suona. e’ un rimbalzo tra le frasi della musica ed il loro oscurarsi per una macchina che passa con la velocita’ della corsa in discesa. ancora un motorino, poi una macchina e un’altra ancora.
e’ piacevole: il noise sound ormai mi ha corrotto e non c’e’ piu’ nessuna speranza.
ascolto, mi diverto e guardo la strada.
le luci di una macchina parcheggiata continuano a lampeggiare anche dopo essere stata messa in moto e veloce se ne va. note e rumori continuano a confondersi.
sul marciapiedi di fronte passa una giovane donna che parla al telefono:
”Io sto bene!” dice in tutta la sua consapevolezza del suo femminile. mi sembra di riconoscere la voce, ma mi sbaglio.
dando le spalle alla porta della birreria, mi accorgo solo quando la vedo uscire, piu’ tardi, che era entrata. fuori si e’ fermato anche un giovane con il cappello a quadri scozzesi e parla con un amico
da vera randagia continuo a restare appoggiata sull’angolo del muro esterno della porta, dandole le spalle e decido di non entrare. niente birretta. voglio solo godere ancora un po’ del luogo dove mi trovo, poco dopo l’inizio della salita, in una serata non cosi’ tanto fredda, tra note, rumori, voci ed assenze di amici mentre la luce elettrica sulla strada e sui palazzi cerca di illuminare anche la nebbia nel mio cervello.
finisce il pezzo di musica e penso che mi aspettano i carciofi con l’uovo fritto.
randagia m’incammino verso la strada di casa e incrocio per alcuni passi due giovani, una donna dai capelli lunghi neri ed un uomo con in mano la custodia di uno strumento a corda. parlano una lingua non riconoscibile, probabilmente dell’est. sono gli unici che mi distraggono dal leggero borino a cui mi affido per provare a sollevare il velo dai miei pensieri.
e’ il solo velo che mi resta perche’ quello bianco da sposa e’ sparito nel buio .

apro il portone di casa: il camminare randagia, in compagnia di note, rumori e vento, e’ il mio dare un senso alla notte, senza luna.

appendo l’abito da sposa al chiodo.
il velo da sposa e’ volato via nel tempo.
randagia lecco le mie ferite
e morsico la nebbia dei miei pensieri.

 

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 scritto su facebook il 10 gennaio 2015
(elisa)Betta Porro