impossibile.

impossibile.

non essere risucchiati da Invasioni Digitali all’ Atelier Home Gallery dove e’ allestita la mostra dell’artista statunitense Amy Elizabeth Harper, ”This is not digital art.”
le contraddizioni mi affascinano.
le antitesi conducono ad una tesi.
se lo scontro non e’ frontale il contrasto convive.

su di una grande tela delle uova disegnate a grandezza di impronta digitale coprono la parete definendo il ritmo della serialita’ che reclama la dignita’ di denunciare una vita accanto all’altra.
le maschere rosse delle Invasioni Digitali guardano sornione nell’attesa di acquisire il codice a cui tutto verra’ ridotto.
la scuola che emerge dalla capacita’ pittorica della Harper e’ il segno che richiama la disciplina della serigrafia: in una enorme impronta del pollice dipinta si ritrova la capacita’ incisoria che non ammette l’errore nell’uso della materia.
nel figurativo che rappresenta l’immaginario della societa’ americana vissuta, una donna con due bambine oppure il marinaio, la luce del contrasto bianco e nero e’ mediato dal grigio che quasi sparisce nel disegnare l’impronta di un dito ingigantita o nelle onde di un mare mosso.

la materialita’ dell’arte pittorica sulla tela prevale sulle maschere rosse disegnate con i pixel digitali e stampate su carta sottile.
il loro riscatto e’ nell’essere virali, mentre l’ingombro di un quadro dovra’ essere ricollocato nell’invadere il salotto di qualche collezionista, se sara’ fortunato, oppure finira’ in soffitta, in cantina o accartocciato in un angolo. probabilmente anche il quadro finira’ su di un’immagine digitale, ma non riuscira’ a competere nel diventare virale.
al quadro dipinto non basteranno i ‘like’ che riceve per sopravvivere, ha bisogno del capitale che si accorga di lui per far bella mostra di se’.
e’ sull’invasione che mi interrogo.
le mie contraddizioni sgomitano.
e’ solo questione di definire il campo di gioco.
le regole le scrivera’, comunque, il piu’ forte.

sono giorni in cui il NERO e’ invadente.
nei Black Diagrams e’ la base concettuale su cui tracciare significati.
la mostra e’ quella di Discipula Editions, inaugurata, ieri sera, al MLZ Art Dep, dal titolo STREAM CONTROL RESISTANCE.
sul plexiglass nero e’ stampato in bianco il grafico: due cerchi che intersecandosi trovano il sottoinsieme, un rettangolo con le rette mediane dei lati tratteggiate, due simboli a V che si incrociano, una X.
e’ nelle parole-concetto, pero’, che si scopre il gusto:
appropriation-recontextualization(sottoinsieme)-proliferation, meaning-(all’incrocio tra)author, observer-aestetics-function, to look at-what we know-what we believe, images preserve appearence-imagination endangers the preservation of meaning.
mi basta per sbroccare.
e’ la dovizia dei particolari tecnici che emerge indiscussa anche negli altri quadri-poster su materiale plastico trasparente semirigido: foto sovrapposte con i bordi sfalzati a vista, magma informe di colori ed immagini che confondono, dissolvenze imprigionate l’attimo prima che possano trasformarsi in altro.
metri e metri di pellicola di vecchi commercials, raccolti per strada dopo che qualcuno si era liberato delle bobine, escono dalla parete scrivendo THE MORE VOICES THERE ARE | THE MORE SPIN THERE IS.
i fotogrammi impressi sulla pellicola sembrano decori stampati su di un nastro che aspetta un colpo di vento per suonare e battere il suo suono sgusciante ed inconfondibile.
e’ il secondo TRIO di baldi giovani che incontro nel giro di un paio di mesi (il primo e’ stato Komična Hunta di Belgrado). anche loro con tre diverse expertise: un tecnico grafico, un fotografo ed un sociologo (mentre i Belgradesi: un medico, un artista visivo, un filosofo). anche loro con il quarto supporter a seguito.
e’ qualcosa che gira nell’aria.
i Discipula prima suonavano insieme (mi sono dimenticata di chiedere che genere di musica!) e Marco, Mirko e Tommaso sono anche editori.
sono le due pubblicazioni pinzate sul supporto rigido ed i fogli liberi, di diversa grandezza e di diversa qualita’ di carta (”Of Decay and Shadows” e ”Personality is not innate but acquired. Like a Masque is a fetishistic object of commodity”) che mi fanno schizzare, quasi fuori e non solo dalla galleria!
sara’ che mi hanno ricordato il popo’ di materiale presentato alla tesi di laurea allo IUAV dove ogni pezzo di carta, lucido, schizzo, prova di stampa, fotocopia, studio…era stato raccolto e tenuto insieme da una schiena di plastica a mo’ di pubblicazione…

sara’ che lo squallore quotidiano viene squarciato da segni e significati.
sara’ che l’incredulita’ per la meschinita’ di parte e’ virale.
sara’ che il peggiore impossibile e’ all’orizzonte,
sara’ che non basta piu’ essere punk,
ma la PINZA, soprattutto quella triestina, e’ di grande conforto.

postato su facebook il 4 maggio 2017
(elisa)Betta Porro