la benedizione della bora.

 

inopportuna, fastidiosa e isterica.
uno dei pochi venti diventati femmina (tra i pochi insieme alla tramontana, anche lei da nord…e’ un caso?).
raffredda i bollori e gela i sentimenti.
niente sensualita’, ma pura sessualita’.
ritmo incessante e casuale.
nessun ordine, solo (ac)cadere.

goduta nel pieno del suo sonoro quando allievi (alcuni gia’ maestri) del corso di composizione musicale hanno lasciato le briglie sciolte ed il ritmo del rituale ha sovrastato ogni sovrastruttura.
certo la conoscenza dell’armonia musicale non era sconosciuta, ma la titubanza di essere davanti al maestro e’ stata sconfitta.
”Che cos’e’ musica per drogati?” e’ stata la frase che ha dichiarato l’appartenenza al vecchio dell’accademismo (anche se da me goduto, fino a quel momento, nella sua capacita’ di maestria estrema).
l’asino e’ cascato davanti al rituale del contemporaneo spiazzato dalla sua veridicita’. fino ad allora il gioco era definito dal maestro con nessuna possibilita’ di essere scalfito. quando il femminile e’ entrato discreto e potente, solo chi, abituato all’emancipazione, e’ riuscito a comunicare, anche se prima estromesso (solo l’umilta’ di qualcuno era riuscita a mettersi in gioco!).
che fossero accordi e note di chitarra o voce arricchita dalla sapienza popolare hanno intessuto con il rumore di vento e pioggia insistente un momento di sintesi viscerale. scuola e rito, serio e faceto, definito solo nell’accadere. improvvisazione. azione nell’imprevvedibile. timore dello scaturire di possibilita’ sconosciute e solo accennate.
simbiosi con la natura. niente visrtuosismi.
bacco, tabacco mentre Venere e’ la bora dispettosa ed indisponente.
nessun baccanale, solo un accenno a dioniso per riportare il vivere nella natura incurante e beffarda.

solo donne e uomini gettati nella bellezza dello stare insieme ed ogni egemonia frantumata nell’accadere.
ho lasciato i canti del sud perche’ la dimensione nordica era prevalente: le raffiche accompagnano il mio vivere in una terra che rifugge le definizioni (un colpo al cuore, quando nella mia ignoranza, ho saputo che il tergestino era un dialetto friulano!) patria dell’isteria istituzionalizzata e liberata.
la mia triestinita’ non e’ ancora sufficiente se nella grafica proposta per la mostra di Ugo Guarino non sono riuscita a vedere subito la suddivisione grafica tra Gua e (a capo) rino (ancora peggio se e’ Ugo a farlo! forse, pero’, se Ugo scopa Rino il richiamo a Bora che da maschio e’ diventato femmina e’ inevitabile, soprattutto in una delle citta’ in cui si sono fatte le prime operazioni di cambio di sesso), ma sono sufficientemente consapevole di come uno dei geni del (di)segno della rivoluzione di Basaglia viva le miserie di uno stato assente ed incapace di risarcire il talento abbandonandolo alla sola dignita’.
e’ il talento dell’isteria quello a cui richiama il vento che soffia dalla Siberia e parla di est.
e’ il talento di chi ha imparato a vivere negli interstizi dell’accaduto.
e’ il talento di rigettare la bonarieta’ di soluzioni che non hanno resistito alle intemperie della bora.
e’ il talento della rassegnazione balcanica e del godereccio austro-ungarico.
e’ il talento di invecchiare.

cio’, se, pero’, ‘sta bora se porteria via col suo talento anche un po’ de cariatidi me fasessi un grande favor (compresi e sopratuto quei che ga dicioto anni)…me compresa!

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scritto su facebook il 9 luglio 2015.

(elisa)Betta Porro