la mela di alluminio.

imprecando rincomincio, ma non saro’ cosi’ buona come lo sono stata nel post che mi e’ stato mangiato.
sapro’ come trascorrere la notte’, in compagnia di radio FM4.

forse devo iniziare da un altro punto di vista il racconto, quello con un po’ piu’ di pruderie.
ebbene si, toy boy all’attacco anche ieri sera all’etnoblog!

toy boy: ”Sei la piu’ vecchia qua dentro.”
me medesima: (…) non ricordo che cosa ho risposto, perche’ volevo vedere il visual…
toy boy: ”Non serve guardare.”
(?????? no poso creder…ci risiamo coi balocchi!)
me medesima: ”Io voglio guardare.”
toy boy: ”Io sono molto giovane e faccio il cuoco.”
me medesima: (…) cerco, cioe’, di tagliare corto perche’ se anche non sono in condizioni di ballare, voglio solo vedere il visual.
toy boy: ”Ho rispetto di te…dovresti scrivere un libro”.
me medesima: cerco di rispondere, ma inizio a tossire ed a fare molta fatica a dire qualsiasi cosa…
toy boy: ”Stai male?…allora capisco”.
davanti alla sua faccia di avere paura di trovarsi davanti una tisica, mi sono girata sui tacchi ed ho cercato un’altra postazione piu’ defilata anche se riuscivo a vedere ben poso del video e la tosse incomincia a non darmi tregua.

il visual e’ molto confuso, ma il segno buono e pulito.
presunzione nel pretendere di volere confrontarsi con troppo materiale.
no al caleidoscopio, difficilissimo in bianco e nero, figurati se non va oltre i limiti dello schermo e ne resta prigioniero. l’ectoplasma funziona perche’ il proiettore e scentrato. voluto?
certo e’ che Tic, si ritrova di fronte ad una bestia.
e’ alle prime armi, ma non e’ una buona scusa.
Stanislao sa il fatto suo e come! concentrazione massima.
scommetterei che non si sia staccato dalla postazione per tutte le tre ore e mezza di concerto.
c’e’ solo un momento in cui le immagini possono immaginare di avere un colloquio, seppure molto basic, con lo spessore del suono ucraino, quando, cioe’, barre e piccoli quadri si rincorrono nello spazio: guarda un po’, le misure geometriche con un ex-Russo o forse, ancora, Russo e Ucraino insieme.
beh, non e’ da tutti proporre i balletti di Schlemmer.
bisogna studiare, vero Wandervogel, non solo gestire la tecnologia!
strada lunga ed impervia, palestra non per pomparsi i muscoli, ma allenare la propria resistenza, costringendosi a regole ferree.
dopo se pol anca svisar!

incazzata perche’ la febbre sta salendo dalle vertebre lombari fino al cervello, che in qualche modo regge ancora (non sono ancora cascata per terra’), ma sooprattutto perche’ non sono riuscita a comunicare oltra alla cortina di ferro della security
(neanca fossi sta’ Madonna sul palco!).
volevo, semplicemente, comunicare quel momento, che funzionava anche se sfocato.

forsi xe il caso de ‘ndar a casa, in branda, co’ la borsa de l’acqua calda e no deluder lo sguardo del ventene!

son sempre quei pochi minuti che servono per arrivare in garage, in cui riemergono le immagini del passato recententissimo. quasi ancora ora.
scorpacciata di arte sotto le forme piu’ emozionanti, dal femminile che lascia senza respiro di Renzo Possenelli, a Saksida, ricevuto e conosciuto senza neanche cercarlo, al frastuono di colori, segno, significato, maestria, ventre creativo in esplosione di RobertadeJorio, inaffiato di prosecco ed accompagnato dal delizioso buffet di Matilde, incontrata poi perche’ anche lei in cerca di musica.
tanti vecchi da una parte e tanti giovani dall’altra. a questi non ho risparmato la filippica contro la comodita’, vedendo i piu’ giovani seduti sulle sedie, mentre i piu’ ”grandi” interloquivano.

la stessa arroganza e le stesse considerazioni che ho rischiato di prendermi sui denti e mi pento per non averlo fatto.
davanti alla chiesa evangelica un uomo di mezza eta’, con arroganza, si rivolge ad un ragazzo nero, questo si’ toy piu’ che boy, che, insolentemente, gli tiene testa.
non mi piace come il bianco, guardia giurata, cerca di azzittire il nero, vu-cumpra’. l’Africa chiama, ma cerco di non rispondere, vorrei prendere le parti del nero, ma mi unisco a dello donne che solo ascoltano e continuo a camminare.
volano parole, ma mai maleducate dal bianco e sempre piu’ strafottenti dal nero.
el zerca proprio longhi ‘sto negreto!
sto zitta, mi morsico la lingua, ma il essere Africana bianca non ce la fa.
gentilemte, anche se con un tono deciso, rivolgendomi al negretto dico:
”Oseresti mai parlare, al tuo paese, in questa maniera ad un uomo piu’ vecchio di te? Te lo chiede un’Africana bianca.”
la non possibilita’ di comunicazione si esaspera e lui continua ad inveire contro il bianco che con tono sempre piu’ paternale cerca di calmarlo e dice:
”Hai sentito cosa ha detto la signora?”
”Io non parlo con le donne!” risponde il giovane ignorante e continua ad insultare il signore piu’ anziano.
sono corsa via, impotente.

ancora un’immagine riemerge quando tra alcuni Sloveni che sono venuti a festeggiare un compleanno al Tetris, nella mia insofferenza alla musica che stanno proponendo all’interno del locale, mi cerco di confondere con loro.
conosco qualcuno di loro, per fortuna. sono rappresentanti della cultura slovena, nessuno tra di loro e’ giovanissimo.
c’e’ una signora, mascolina, capelli corti e grigi, probabilmente mia coetanea, vestita della sua appartenenza, che, comunque, ascolta i miei sproloqui.
non so come sono arrivata a raccontare la mia visione da metaprogetto per il Porto Vecchio di Trieste come porto franco per gli immigrati, le persone, cioe’, non porto franco delle merci (sapendo perfettamente che il minimo sarebbe scontrarmi con chi dice di non parlare con le donne!) cercando di provocare la triestinita’ cosmopolita.
”Poposta interessante.” fa lei nel suo essere scarna.
guarda te, proprio una di quelle donne che non dovrebbero parlare.
capisco di essere un’intrusa anche se ben accetta, piu’ dalle donne che dagli uomini e riporto il mio fastidio sulla musica proposta da chi porta sulle sue spalle il nome del Fashion, che era neanche a cento metri da dove ci troviamo, perche’ e’ il fastidio contingente.
sempre sperando in una qualche illuminazione di chi ha fatto la storia di un luogo che proponeva, a meta’ degli anni ’80, la stessa musica di Londra e Berlino, finito con la classe dirigente delle citta’ da bere, allungo l’orecchio per scoltare la musica all’interno.
”Ormai e’ compromesso.” fa sempre la donna con i capelli grigi.
nel fastidio, la bellezza del femminile emancipato, quello con cui nenche io ho bisogno di parlare troppo, mi ha inseguito per tutta le sera e tutta la notte.

mai me go tanto sbaia’ de pensar che Jazza saria sta’ pitura’.
xe sta’ lui a darghe straze e de bruto!

se anca ‘desso me magna el post, io me magno la mela de aluminio direttamente!

 

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scritto su facebook il 17 gennaio 2015.

(elisa)Betta Porro