Laibach.

laibach.

ero in debito di un loro concerto dai tempi in cui Michel Clark ha ballato con loro. li ho persi anche con i Betontanc.
avrei voluto vederli a Ljuljana e invece li ho visti tra i contadini disciplinati di Nova Gorica in una sala di chiaro sapore di regime yugoslavo.
nel prendere una birra al bar sopra il teatro, ma nella stessa struttura, nell’attesa di avere un biglietto, con i compagni di avventura siamo stati buttati in una di quelle atmosfere tipiche ai margini della rissa. e’ stato un tuffo in quel brulicare di giovani scomposti e senza padrone che non hanno paura di degenerare e che malcelano il desiderio di esplodere.
mi ha fatto quasi piacere respirare, nuovamente, l’insofferenza yugo, ormai interrata sotto le facciate della nomenclatura borghese.
molto diverse erano le facce di chi era venuto a vedere il concerto dei rappresentanti della NeueSlowenisheKunst, eta’ media 40 anni e, tra loro, anche qualche triestino. tutti seduti in poltrone di legno piuttosto comode.

nessun preambolo. subito l’idea di immergersi in un concerto dai canoni classici: entrata disciplinata, luci adeguate ad un palco rock, megaschermo sul fondale.
le immagini e la musica si sposano perfettamente dalle prime note.
la loro ricerca estetica e’ parte profonda del loro contenuto e lavora in contrapposizione, facilmente strumentalizzabile e maniacale nell’accuratezza.
contenuto e forma, etica ed estetica egregiamente rappresentati.

‘…the world is in pain, our secrets to gain…”
non sono certo modesti nel volersi presentare come i paladini della liberta’

‘…walk with me with the monster of uncertainty…’
mentre sullo schermo le immagini delle gambe di ragazzi che marciano.
quanto ho marciato anch’io da bambina nel cortile della scuola durante le ore di ginnastica. era tutto un marciare con i grembiuli tutti uguali ed obbedire agli ordini.

‘…revolution…rebel…’
diademi come brillanti cosmici si scompongono per ricomporsi.
quadrati che si sdoppiano e moltiplicano e diventano pixel.
l’obiettivo rotante diventa occhio.

RUN. RUN. RUN.
frecce. coni. bombe. piramidi. lamette. mussolini mascellone.
‘…blood is on the hook…’

we love you.
liebe.
‘we believe in a better place
we believe in a better world’
un cubo di cemento rotea come pianeta nella galassia.

‘words are lies
words are memories
words can take us far away
they will take our soul behind’
un sole sfocato nel cielo che si riempie di rose
il sole e’ la pupilla dell’occhio.
righe orizzontali scorrono, saltano e lasciano posto al simbolo del logo.
‘we fight for you…
we march
we never fall’

‘no command
sharp knife
no future
no repent
no history
no surrender
no god no rules to scare you all’
suoni elettronici scandiscono le scritte decostruite in bianco e nero,
donne danzano vestite in chemisier anni ’80 e gli uomini in canottiera.
lame di luce stagliano il palco.
piedi nudi dei danzatori sono indifesi davanti agli scarponi, ma danzano.
la qualita’ della danza e’ contemporaneo tout-cour.

‘no force
no money
no power…
the ship il sailing to the sky’
uno side-car corre lungo una strada in un paesaggio lunare e sulla luna spediscono i soldati tedeschi con maschere antigas, astronavi. guerre stellari in un bianco e nero lunare. gli ingranaggi dell’alienazione meccanica di Metropolis e le scoppio dell Twin Towers.
sempre sulla luna sono i soldati tedeschi che ballano con l’uniforme da nazista dentro i grattacieli. immagini di film di fantascienza in bianco e nero e soldatesse.
l’austronauta sulla luna.
‘if you have gone away
I remember your face pale
the glory’

put your hands up.
synth determinante.
‘es gib ein liebe vor dem tod’
‘love
je ne sais que rien
je pense a toi
love is on the beat’
strobo rosso-nero- azzurro, blu-rosso, blu-viola, rosso-nero-bianco-grigio
righe blu-rosse-gialle.

‘try hard
raise head
do you mister Johnes??
la foto di Bob Dylan tra le radici bianche che il colore bianco disegna sul fondo nero. colore bianco che cola, acqua che cola.
il colore bianco delle scritte che cola.
‘what does it mean?
you should make the world beautiful’
la scritta HORRORS
‘why white horses are following me?’

il bis e’ ‘Tanz mi Laibach’. nessuno si alza. solo un uomo dietro la mia poltrona osa, ma poi viene risucchiato dalla platea composta. troppo composta.
mi agito come al solito, ma sono soddisfatta e mi dimeno, seduta, come posso.
esperienza estetica ed etica che sazia.
nulla fuori posto. nessuna sbavatura, nemmeno la cravatta e la gonna a pieghe nere della cantante. voci potenti e dark raffinato. non solo dark. eredita’ dell’est e dell’ovest. cerimonieri consumati e santoni di un tempo comune.

libidine.
contenuto e forma che collimano in antitesi.
non ho ballato.

assolutamente liberamente tratto.

 

postato su fb un qualche giorno dell’inverno 2014/2015 (questo succede quando si preparano le bozze da pubblicare sul blog e non si corredano di data).

 

https://www.youtube.com/watch?v=c6Mx2mxpaCY

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(elisa)Betta Porro