le benedizioni.

 

con tutte quelle ricevute, oggi, dal diacono greco-ortodosso e dal pope serbo-ortodosso, posso stare tranquilla per un anno intero e forse piu’.
sempre meno di quelle che ho lanciato io ad Imma, mia madre, che ho avuto la malaugurata idea di portare con me alle celebrazioni del Natale nella chiesa serbo-ortodossa. volevo fare respirare Carlo, mio padre, che si ritrova ad accudire una moglie che diventa sempre piu’ bambina, portando mia madre con me.

e’ un dovere di sempre-piu’-triestina seguire i percorsi indicati da Joice e fare una visita alla chiesa di san Spiridione, dopo quella mattutina a san Nicolo’.
la chiesa e’ stracolma. gia’ sul marciapiedi fuori si passa con difficolta’.
la gente tutta in piedi riempie ogni centimetro possibile del pavimento che non si riesce a vedere. tenendo Imma per mano cerco di farmi largo nel lago di gente, che entra, che esce ed augura ”Srecen Bozic” (sempre strescize ed accenti mancanti!).
la vedo dura, ma ormai siamo dentro, tanto vale trovarsi un posto.
una voce di donna canta la litania e copre a malapena il rumore che fa la gente.
non e’ facile anche perche’ le persone non sono tra le piu’ affabili, ma in qualche modo raggiungiamo un lato della chiesa.
non si vede nulla, ma, soprattutto, Imma non vede niente. si agita. vuole a tutti i costi andare davanti. cerco di trattenerla invano e mi sguscia via.
cercando di scusarmi con la gente intorno cerco di andarle dietro, ma e’ troppo tardi perche’ lei ha gia trovato un posto a sedersi di fianco all’altare. una donna con una testa voluminosa di capelli biondi ossigenati, lisci e lunghi fino oltre le spalle le ha trovato un posto. riconoscente la ringrazio.
nulla sono servite le mie spiegazioni sul fatto di essere ospiti e della convenienza a rimanere in disparte. non c’e’ verso lei deve stare in prima fila, anche perche’ tra i giganti serbi lei e’ proprio una tappa.
cerco di calmarmi e di tenerla d’occhio, perche’ e’ lontana, ma certo e’ che io non posso raggiungerla anche perche’ sono state sufficienti le occhiataccie che mi sono state lanciate, tra spintoni e borsa ingombrante.

dall’altare con le tre poste d’oro viene la voce del pope, profonda e cantilenante, che alterna la sua litania in greco antico con quella della voce di donna che canta.
non si vede, perche’ l’altare e’ nascosto e celebra la funzione dando le spalle al pubblico di fedeli che formano, tutti in piedi, un semicerchio, lasciando sgombera la parte davanti alle porte d’oro.
la porta centrale e’ aperta ed ogni tanto il pope appare e da’ la benedizione.
e’ una benedizione continua ed i fedeli rispondono facendosi il segno della croce con una gestualita’ secca, quasi a volersi colpire, ma senza sfiorarsi: testa, spalla destra e spalla sinistra.
Imma ritrova una gestualita’ familiare e segue nel farsi il segno della croce, ma si tocca prima la spalla sinistra e poi quella destra. anche il corpo segue il molleggiarsi del volersi prostrare che fa la signora che le sta, in piedi, di fronte.
il rito continua con la lettura dei testi sacri e le continue benedizioni.
la gente si sposta, va, ritorna, quasi a volere rimarcare la precarieta’ degli uomini sulla tera.
ci sono tanti giovani, donne ed uomini in ugual misura, prevalentemente alti e longilinei e tanti bambini. almeno loro hanno ancora voglia di farli.
il pope, davanti alla porta aperta dell’altare, fa la predica in serbo.
qualche parola afferro, ma mi sento deficiente perche’, dopo tanti anni in questa citta’, sono ancora cosi’ straniera.
studiare solo le lingue che fanno curriculum: la grande epopea dell’impero inglese e poi americano, con il francese perche’ lingua, una volta, della diplomazia; solo il tedesco per necessita’ del luogo in cui sono stata catapultata.
Imma anche se non capisce niente e’ tranquilla e si chiedera’ perche’ il pope non parla in inglese o francese perche’ almeno anche lei potrebbe capire.
il pope l’accontenta e fa gli auguri di Natale anche in Italiano ricordando anche i fedeli di lingua ucraina, moldava e rumena.
la funzione finisce e cerco di recuperare Imma che ha gia’ fatto amicizia con la signora che scimmiottava. saluto e ringrazio e cerco di trascinare fuori dalla chiesa mia madre. non ne vuole sapere. la gente le piace e vuole continuare a stare li’.
il pope esce con il ramo di quercia secca addobbato con aranci, mandarini e mele.
lei cerca di andargli dietro e gli sfiora la mano per baciarla, ma si ritrova a baciare quella di una ragazza giovane, sempre bionda, che la guarda scandalizzata.
e’ il momento in cui lo slavo diventa di pietra, con lo sguardo determinato e nessun sorriso lo smuove. non capisce ed e’ pronto a difendersi.
afferro per le spalle Imma e la quasi trascino fuori, ma mi dispiace portarla via dalla gente fra cui lei si sente felice.

so che la comunita’ offre da bere e ci avviamo verso l’edificio dietro alla chiesa.
c’e’ la stessa folla, lo stesso accalcarsi per entrare nella sala dove si fanno gli auguri. l’odore di vin-brule’ riempie l’aria. su per le scale un fiume di gente che cerca di entrare e nessuno esce. in qualche modo ci facciamo varco ed arriviamo davanti al tavolo dove servono la grappa calda. Imma ne prende due, ma lei non la beve e si fa servire della cocacola. io mi tengo le due grappe e tra spintoni e capire dove andare incomincio a sorseggiare la bevanda calda.
c’e’ un enorme tavolo pieno di dolci ed Imma si fionda per poterne mangiare un pezzo. davanti a noi, un signore, probabilmente uno dei tanti manovali che abitano in citta’, in posizione piu’ privilegiata, ci passa due pezzi di strudel prima di servirsi
lui. ringraziamo e sorridiamo. Imma prende dei biscottini con i fichi ed altri con il cioccolato mentre io mi bevo la grappa.
anche uscire e’ un’impresa.

incontriamo mio padre, che e’ sceso a buttare l’immondizia, e sul portone di casa le riconsegno la moglie.
la grappa mi da’ un certo benessere e decido di prendere la macchina per fare visita al terzo tempio della giornata.
c’e’ il concerto dell’Epifania nella chiesa di Roiano e ci ritrovo parte della famiglia acquisita. le volte neogotiche altissime sono inclementi nel mostrare la chiesa quasi vuota ed i banchi per sedersi ne segnano la lunghezza. mi siedo a meta’.
le note dell’organo che arrivano da dietro avvolgono e cercano di disegnare le pareti scarne. la voce del soprano e’ limpida, quella del tenore un po’ piu’ raffreddata. tra suonate per organo di tradizione inglese, francese e americana, anche ”Stille Nacht” ed ”Adeste fideles”.
il concerto regge. la musica esibisce tutta la sedimentazione di culture privilegiate ed indottrinate. la sacralita’ elevata a canto della tradizione cattolica, sempre meno rito sempre piu’ pensiero.
con gli ultimi pezzi si finisce al musical ed all’invasione del pop americano anche se con l’uso del bel canto e suonati dall’organo di una chiesa che, forse per i microfoni ed alcune melodie, mi sembra sia un organo elettrico.
non c’e’ stata benedizione. solo applausi.

in macchina ripensavo alla giornata trans-comunitaria, alle sue benedizioni ed a Imma e Carlo.
a Imma piace ballare e stare con la gente; a Carlo, provetto ballerino da sala, non piace piu’ ballare e non piace stare in mezzo a troppa gente.
certo e’ che, quei due, se ne mandano tante di benedizioni fra di loro!

 

postato su facebook il 7 gennaio 2015.

 

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(elisa)Betta Porro

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