l’ennesima occasione persa.

per stare zitta.
e’ da ieri notte che mi porto dietro il fastidio insieme al piacere della camminata notturna con Anna e Tonia.
ci sono momenti che e’ inutile parlare dove l’inutile e’ nell’argomento.

il week-end e’ finito davanti ad un pezzo di pizza al taglio e l’argomentare con le compari di scorribanda notturna.
l’avevamo iniziato con il panino di prosciutto cotto annegato nel kren ed il concerto della Maxmaber Orkestar. primavera tra le note balcaniche e klezmer nell’ibrido triestino: nessun augurio migliore al rinascere della natura.
maestri nel celebrare il rito e bravura distribuita a cottimo. per loro e’ inevitable, celebranti esperti del rito collettivo in cui la loro musica ti rapisce.
il guerriero habesha’ che girava fra i tavoli a raccogliere i bicchieri mi faceva ricordare la corsa delle gazzelle nelle savane dell’abissinia.
e’ inevitabile finire col parlare della terra natia.
e’ inevitabile il mio piacere nel guardare il volto di Daniele, uno dei gestori del Naima e rivedere su volto i lineamenti di sorelle e fratelli compagni della mia infanzia ed adolescenza.
quanto bene e male fa riconoscersi in una terra che non puoi piu’ calpestare.
ballavano tutti nel benvenuto alla primavera e la musica diventava sangue che scorreva come il vino nei bicchieri.

avevo fatto una breve escursione nel pomeriggio per onorare la primavera anche con la musica antica di Wunderkammer Trieste, dove il gioco tra apollineo e dionisiaco si rispecchiava nella presentazione di strumenti antichi: quelli apollinei come lira e lidia e quelli dionisiaci come la siringa o flauto di Pan e l’aulos.
e’ la diatriba tra il razionale ed l’irrazionale che si presenta nella sonorita’ degli strumenti a corda od a fiato. al culto di Dioniso, dio del vino, dell’ebrezza e dell’incantamento e’ associato l’aulos, strumento a fiato. ad Apollo, dio della bellezza si associavano gli strumenti a corda, piu’ precisi e meno effimeri, per un’altra idea di musica molto piu’ razionale e matematica.
la superiorita’ razionale per i Greci e’ nella poesia abbinata alla cetra, perche’ non costringe Atena, dea della sapienza, a contorcere il viso come avviene nel suonare uno strumento a fiato.
sono uscita dalla sala chiedendomi:
”La primavera e’ apollinea o dionisiaca?”

e’ la domanda che ho fatto alla fine del concerto dei Maxmaber e la risposta, dopo il rito dionisiaco appena celebrato, la risposta e’ stata unanime: dionisiaca.
con la risposta in tasca sono rientrata a casa contenta anche se mi ero ripromessa di non uscire piu’ il sabato sera quando colletti bianchi, estetiste e carrozzieri invadono ogni anfratto del brulicare notturno.
molto meglio la domenica sera!
nello svuotarmi le tasche ho ritrovato il respirare Ponterosso e la yugo nostalgia che Trieste Contemporanea mi avera regalato nel poco tempo che ero rimasta nella sua galleria. grafica di chiaro richiamo sovietico, disegni con segni neri, rossi e blu come scolpiti sul foglio bianco e le immagini video del funerale del re morto.
i Belgradesi presenti,, elegantemente e borghesemente vestiti, avevano poco in comune con le loro madri ed i loro padri che frequentavano piazza Ponterosso per comprarsi jeans, caffe’ e krushka (forse un giorno sapro’ anche come scriverlo!), ma dell’appartenenza alla Yugo parlavano le loro opere in mostra.

prima del concerto un aperitivo. e’ il brindisi d’abbraccio con chi, di passaggio in citta’, e’ complice di alcune delle ultime mie malefatte. Daria e’ venuta su da Belgrado e, prontamente, ho accettato l’invito al brindisi.
finalmente, dopo tanta frequentazione virtuale, ci saremmo potute abbracciare!
troppe cose abbiamo da dirci e raccontarci. solo qualche tartina di un passato e di un futuro, nel presente racchiuso in pezzetti di grana.
momenti di vita che si sono sfiorati e che ricostruiscono trame, feudi ingrati dove si e’ installato potere non memore di chi ha voluto costruire possibilita’, fatica e fastidio nel doversi ricostruire il presente riciclando rottami, opportunita’ di incontri con donne guerriere dell’onesta’ intellettuale, scambi di conoscenze sulle proprieta’ e sulle caratteristiche di toy-boys e gigolo’ avellinesi, inizio di fattivita’ di processo avviato.
frizzante come il prosecco scappo via perche’ le altre compari mi aspettano.

troppo in anticipo. le prime e quasi le sole. l’attesa si allunga aspettando qualche altro avventore. chiacchere e sigarette. l’incontro con i due cantautori, uno triestino Cortex (quasi solo per potere indossare la sua t-shirt da groopie sono presente) e l’altro torinese, Bianco. aspetta e spera, qualcuno arriva. forse si comincia.
Cortex e’ sul palco da solo con la sua chitarra e la t-shirt uguale alla mia.
accordi, testi arrangiamenti, capacita’ di stare sul palco con leggerezza d ironia.
semplicita’. profondita’. spessore. tutto filtra attraverso le lenti dei suoi occhiali dove roteano indisciplinati gli occhi.
non avevo dubbi, regge alla grande ed e’, completamente, diverso dall’altra volta che l’ho visto. c’e’ strada fatta ed il rodaggio e’ a buon punto. riesce a rendere accattivante se il pedale suona cio’ che non vuole. lo doma sempre con quel piglio distratto, ma di chi sa cosa significhi suonare.
Tonia mi suggerisce tutti i riferimenti e le citazioni da Barristi, a Dalla in quello che e’ il citazionismo post-modern in cui lei (scoperto ieri sera!) e’ veramente maestra.
discretamente assisto accennando ritmo e piacevolezza, con noi c’e’ anche un’altra groopie, Massimiliano. ci divertiamo, ma soprattutto, il discolo ci regala frizzi e guizzi di quasi genialita’. neanche un accordo e’ banale.
troppo breve, ma Cortex non si da mai abbastanza. non si sa se e’ li’ o quando inizia e’ gia andato via.

arriva il torinese. le prime note ci stanno. il giro armonico funziona, ma l’orecchio e’ stato ormai corrotto dal discolo precedente.
dopo qualche frase la stonatura mi prende, ma non e’ quella del noise-sound.
l’insofferenza non ci mette mlto a prendermi ed inizio a girare per la sala alla ricerca di potere ricevere riscontro al mio percepire, magari anche uno schiaffo.
alcune ragazze cantano i testi, ma le parole hanno solo il senso della banalita’.
l’impero austro-ungarico stava prendendo la meglio sull’impero sabaudo.
emozioni? caramelle fritte e rifritte, trite e ritrite.
la semplicita’ non e’ la banalita’.
esco per una sigaretta e ritrovo anche altri che mi confessano la loro noia. per fortuna perche’ ho sempre paura di fare la figura dell’inappropriata (se non altro per l’eta’).
c’e’ una ragazza di fianco al portone d’entrata, sulla mia sinistra. ha i capelli corti, bianchi decolorati che sta parlando con un ragazzo con i capelli rossi, lunghi come la barba. lei e’ disinibita nei movimenti del corpo esile con jeans e giacca ed ancora una volta vorrei imprecare per il fatto di non riuscire a capire lo sloveno, anche se alquanto intercalato con il dialetto triestino. e’ un piacere ascoltarla, comunque. ha piu’ senso e significato, anche se poco capisco, della banalita’ cantate e degli accordi scontati lasciati dentro il locale.
la mia curiosita’ viene premiata quando la ragazza triestina dice:
”… e mi me go fatto una guantiera de’ cazzi miei!”
avrei voluto urlare e ringraziare per avere dato un senso al mio essere li’ fuori, infastidita, appoggiata alla macchina parcheggiata (Sabina, troppo grande il macchinone!) che poteva godere di quel femminile emancipato spudorato.

qualche accordo, torna Cortex sul palco e lo si capisce anche stando fuori.
canta Felicita’ e per fortuna e’ anche la mia. e quella della maggioranza dei presenti.
anche quando fa solo il coro nella canzone non sua e’ determinante e riesce a dare una spatolata di suono.
ormai fastidiosa e sofferente, non capisco cio’ che le mie due compari hanno in mente. un altro bicchiere di spritz e le parole volano ed il mio fastidio con loro.
avrebbero dovuto portarmi via!
divento catalizzatore di fastidio che unito al mio scaturisce con lo sbiancare Bianco. dov’e’ la cultura? non c’e’ spessore. arrangiamento inesistente, ma bisognerebbe perdonarlo perche’ la sera prima aveva suonato con la band a Torino.
come? ti presenti con Cortex e non hai arrangiato i pezzi da cantare con accompagnamento da chitarra sola?
spigolosa e fastidiosa per chi pensa che debba suonare solo per il proprio pubblico che ascolta, denuncio senza edulcorare, maldestramente, il confronto inevitabile che avviene tra chi divide lo stesso palco.
”Le cose che mi dici mi entrano da una parte e mi escono dall’altra!”
”Se fosse una critica che mi possa servire!”
”Vuol dire che la prossima volta non verrai piu’ ad un mio concerto!”

”Cio’, cocolo, forse podessi anca pensar de vegnir a sentirte col fantomatico Pagliaccio, el coletivo che te ga nomina’ ed esser la persona piu’ felice nel poderme ricreder!”

e’ stato un continuo argomentare nel volere capire, farsi capire e cercare di capire i prodotti che avevamo ascoltato: prodotto da business uno (buono per il mercato di Torino e Milano, forse neppure per Bologna) e prodotto da cultura l’altro (che scrive in italiano per un mercato che esiste solo dove c’e’ ancora cultura da cantautorato, comunque impegnativo per le etichette!).
siamo importanti solo noi tre che camminiamo con incedere quasi militare alla conquista delle strade di Trieste, padrone di ogni pezzo di citta’ da mettere sotto i piedi e che girovaghiamo alla ricerca di un pezzo di pizza.
una Carnica, una Pugliese ed un’Africana, nella nostra baldanza impertinente, siamo felici di stare insieme a camminare, sole, senza l’ombra di nessuno, alle due di notte, per le strade di una citta’ che ci inebria e ci esalta.
parliamo dell’umano e della differenza tra i maestri Maxmaber che lo trasudano e dei pischelli, anche se bravi, che scrivono fiction per i cartoni animati.
il fastidio e’ tanto, quello dell’inutilita’ di aver parlato di inutile.

ancora appiccicato addosso me lo sono ritrovato, anche oggi, il fastidio, sempre quello dell’inutilita’ e dell’incapacita’ di stare zitta.
e’ alla DoubleRoom, dopo aver visto le foto di un giovane sloveno, Bostjan Pucelj, che sono riuscita a togliermelo di dosso.
galline, galli, pollai, interni di case povere e borghesi, particolari di mensole con vecchi registratori ed hi-fi stipati, finestre, broccati e brocche sono lo sguardo dell’uomo che per caso o di proposito si ferma per denunciare il sociale ed il personale.
altro che cultura! la maestria del taglio di ogni immagine proposta e’ studio accurato e sapiente. il formato quadrato della polaroid aiutano nella godibilita’ formale e concettuale. il trasparire della conoscenza di tecniche da pellicola e da camera oscura arricchisce la matericita’ di ogni soggetto, completamento privo di figura umana, ma inseparabile dall’umano.
la maledizione della triestinita’ indotta, ancora una volta, tra le pareti verde mela di uno dei luoghi piu’ adatti alle necessita del contemporaneo ed alle mie, trova gratificazione e sollievo.

 

postato su fb il 24 marzo 2015.

 

imagesimages-3cortex_popolo_copertina-500x500images-2

 

 

la bellezza, ancora una volta, ha avuto la meglio sul fastidio.

(elisa)Betta Porro

0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*