lo zighini’ col cavolo.

sta come i cavoli a merenda ed invece era per la cena.
speravo che, nel contenitore non ben identificato, raccolto da una delle stratificazioni del freezer, ci fosse una qualche verdura da mettere vicino al cavolo ed al riso che giacevano nel frigorifero. sarebbero potuti essere carciofi o radicchio di Treviso, invece era una cacchetta di zighini’ rimasta da un qualsiasi festeggiamento dimenticato.
deglutito per riempire lo stomaco, quello che sarebbe potuta essere cucina fusion, aveva solo il fuso di un abbinamento disarmonico a sufficienza da far rimpiangere pane ed olio.
nessuna traccia neanche di fusi.
non so dove andare a parare.
non so piu’ se ricercare un senso, perche’ mi ritrovo con la persistenza del gusto che non mi perdona l’intruglio improponibile.
ieri sera, avevo cercato lo zighini’, perche’, dopo un po’, l’anima nera africana lo richiede per riportare a livello la serotonina per lo scompenso del buio gia’ alle otto di sera. ha funzionato.
con i rigatoni ai cereali un qualche ricordo di ingera era percepibile, anche se lo zighini’ era sempre di uno di quei barattoli nascosti nel freezer da tempo inenarrabile.
scompenso troppo brevemente neutralizzato.
ci mancava il cavolo a rompere i cavoli fritti, anzi bolliti.
fosse solo questo lo scompenso!

mi sono accorta che il pudore o la sufficienza di non scagliarmi contro l’allestimento della mostra di Robert Capa al Museo (ma stiamo scherzando?) Alinari al castello di san Giusto, mi continua a riproporre dinamiche di guerra in ogni sostantivo con cui mi confronto. la suggestione del racconto del presente ci mette del suo.
si puo’ trovare sempre qualcosa di interessante anche in una delle cose piu’ brutte dovute subire come mostra di uno dei fotografi che hanno fatto la storia, in cui centra sempre la guerra e nel 360° del VR ho capito come il gioco di simulazione immersivo e’ sempre per i maschietti che giocano alla guerra.
flashante (ci sta con fotografi e Magnum).
costretta da un 30-e-lode con Italo Zannier nell’esame di fotografia, non avrei potuto driblare Capa, anche se recalcitrante e facendo gimcane tra le pietre disconnesse e l’accesso da deficienti al museo, soprattutto in giornate di pioggia e bora (notare bene: accesso per invalidi completamente chiuso perche’ i signori custodi non sono in grado di chiudere ed aprire un portone e quello che era un ascensore, di cui tutti potevano usufruire, e’ diventato un montacarichi; sicuramente il signore che ne tiene le chiavi e’ stato assunto solo per questo e nel fine settimana non lavora). speravo nell’ingresso gratuito perche’ la prima domenica del mese, ma valido solo per il castello perche’ il museo (mi vengono i crampi allo stomaco) Alinari e’ privato.
nel piazzale delle armi, solo gli spettri di tutti gli amministratori pubblici e la loro presunzione.
la prima sala, senza luci (non si possono cambiare perche’ non c’e’ l’addetto a farlo nel fine settimana, e’ ovvio).
l’allestimento che in qualsiasi parrocchia di estrema periferia sarebbero riusciti a farlo piu’ dignitoso.
non voglio soffermarmi perche’ anche parlarne nel peggio dei modi non merita, sottolineo solo che stiamo parlando di Alinari.
forse dovreste farvi qualche gargarismo in piu’ prima di pretendere di proporre il confronto con la storia.
la mediocrita’ del pensiero asfissia ogni pietra del maniero: neanche pensiero debole, muscoli ratrappiti dalla comodita’ del diritto acquisito dallo sbandierare cifre e numeri del sorpuso, comunque. nessuno si salva.
quello che si salva meno e’ il linguaggio.
quello appiccicato a marketizzare ogni transazione di non-valenza con la dicitura di comunicazione o, appunto, marketing.
strategia e tattica in primis, poi campo d’azione, pianificazione operativa, brainstorming, target, brief, gatekeeper, banner, end-state,… tutto e solo per la conquista.
conquista di che cosa?
del potere.
elementare Watson.
…e tra le immagini di Capa si riversavano tutti i telegiornali della televisione della base americana in cui sono cresciuta. troppo familiari oggetti ed immagini per non rievocare una certa nostalgia di quando esisteva il mondo dei bravi e buoni contro quello dei cattivi e malvagi, e l’elmetto usato vicino alla gamella mi riportava sui giri con lajeep che degli occhiali in 3D rendevano tangibile.
sorridere e urlare.
scalpitare e trattenere tutta la rabbia.
quanta professionalita’ acquisita e diventata maestria da chi
nell’esercito ha costruito il proprio showbusiness.
allora si finisce col cadere sempre nella musica.
le bande dell’esercito ed i concerti per i soldati in Vietnam.
dove sta il limite della sopportazione?
l’esportazione della democrazia?
un giorno, Bob Kennedy, era davanti a me sul prato dell’aeroporto.

nell’arca di Noe’ dell’algoritmo trovo rifugio.
dall’immaginario condiviso nella relazione per cercare di operare ‘oblique strategies’, pura contraddizione in termini, la conquista si sposta verso gli spazi ancora liberi del virtuale.
sempre di conquista, pero’, si tratta.
forse e’ solo un fuga nella conoscenza, per appagare la brama del sapere e sottostare alla legge dell’evoluzione e dei carnefici dell’umano.
forse e’ solo il cavolo che, con peperoncino e spezie dello zighini’, si prepara ad esplodere in pancia.
controindicazione degli abbinamenti sbagliati.

 

postato su facebook l’8 settembre 2017

(elisa)Betta Porro