Man Ray e l’Irpinia.

“Man Ray e l’Irpinia.
che ci azzeccano? nulla, solo la mia associazione/dissociazione di tempo.
i pensieri sono annebbiati, ma provero’ a dipanarli.
e’ stata quasi sindrome di Stendhal nelle prime stanze della mostra di Man Ray a Villa Manin di Passariano. l’ho riconosciuta perche’ la prima volta che l’ho provata e’ stato di fronte ai gioielli di Lalique a Lisbona: tachicardia, capogiro ed una voglia irrefrenabile di urlare dalla gioia, spaccare le vetrine e fuggire con il tesoro.
anche stavolta, fortunatamente, i sensi non mi hanno abbandonato ed il desiderio di vedere la mostra e’ stato piu’ forte dello svenire.
subito il disegno di una mano sicura e di mestiere descrive nudi di donna in pochi tratti e senza incertezza: il significato del segno e’ stato immediato.
in esposizione la grande foto di amici del cenacolo dadaista, la spirale riproposta piu’ volte ed il barattolo di vetro con le palline di ferro (senza l’olio che le immergeva per farle sembrare commestibili, da guardare in mancanza di cibo e per alleviare la fame), ma e’ stato il film di Duchamps con la musica di John Cage, girato da Hans Richter, a togliermi il respiro.
ho guardato qualche immagine e, fortunatamente, prima di svenire, la stanza si e’ riempita di visitatori domenicali, che mi hanno portato a sentire subito il fastidio.
non solo siamo arrivate in ritardo, la mia interfaccia ed io, quando la rassegna di film di Man Ray era gia’ iniziata ed abbiamo dovuto optare per la mostra, ma avrei dovuto fare il percorso insieme ai contadini vestiti a festa.
ci ha pensato Man Ray a distrarmi dalle quasi sgomitate e dal stare attenta a non calpestare i piedi: la bellezza era sufficiente anche se frammentata e senza la possibilita’ di goderne appieno.
tanto, tutto.
foto, film, ritratti, amici, amanti, modelle, donne, uomini, solarizzazione, ricerca, rayogramma, dadaismo, surrealismo…
troppo da digerire e sufficiente per uscire frastornati e satolli.
per potere snocciolare meglio le opere esposte e gustare appieno l’urgenza di un essere ancora cosi’ contemporaneo, bisognerebbe ritornare sul luogo del delitto, ma
e’ l’arte che deve ancora digerire la prepotenza di tali e tanti maestri dell’inizio del secolo scorso. i contemporanei di oggi sono solo scie chimiche di allora.
il ritorno in macchina e’ stato un rimando continuo allo stupore ed alla gratidudine di potere riconoscere pensiero e scuola; sentirsi affrancati ed intimoriti dalla bellezza. capire di essere poca cosa, ma felici nel poterlo riconoscere, mentre l’urgenza e’ come si riusciranno a pagare le bollette.
sara’ stato l’aver ascoltato John Cage, ma la connessione tra Man Ray e la musica elettronica mi e’ stata inevitabile. e’ scattato un rele’ ed il richiamo all’Irpinia, soprattutto quando, con simil stupore da rayogramma, nella notte, mi sono fratturata con la musica di av-k. e’ un luogo che io non conoscono, ma dove succedono cose che mi incuriosiscono, anche se i monti mi insospettiscono: un festival, Flussi Eu, un’etichetta, Manyfeetunder/homemade label, una radio, Radio Cometa Rossa ed un toy-boy sepellito.
le fratture di av-k, scontornate come foto solarizzate, usano il suono al pari degli oggetti nei fotogrammi di Man Ray: interposizione sapiente di segni tra i diversi piani sonori. l’oggetto suono e’ trasportato dalle onde della percezione e come molla rimbalza, cade, si rompe, avvolge, travolge, scassa, ipnotizza, ritorna, sussurra, urta, riemerge, graffia, punge, distorce, affascina.
e’ urgenza contemporanea di visioni sonore impeccabili.
riascoltandolo, adesso, e’ il possibile nell’impossibile: il suono dellutopia.
la bora si e’ calmata.
potrei vestirmi ed andare a ballare, ma faro’ ballare ancora un po’ i miei pensieri in questo primo dell’anno cosi’ diverso e cosi’ speciale… se non altro ho fumato molto meno, neanche Maria!”

da un post pubblicato su fb l’1 gennaio 2015.
perche’ solo la cultura salvera’ il Mediterraneo dal sangue versato.
(elisa)Betta Porro