mopane worms.

sorseggiando il forse-metodo-classico portato dal Sud Africa per l’inaugurazione della loro esposizione, li ho avvisati che avrei fatto uno scandalo.
pffrivano prodotti tipici di carne, ma io ho chiesto mopane-worms.
”I don’t eat mopane-worms!” scandalizzata mi risponde la bianca-sudafricana-con-il-solito-taglio-dell’inglese-demode’.
…ed e’ proprio questo il vostro problema: mopane-worm e tagli-demode’.
quando la coppia di curatori pretoriani, bianchi, non gli stessi dei vermi, si rivolgevano a me per sottolineare il mio essere riuscita ad avere da bere (perche’ nell’alcool c’e’ ancora tutto il colonialismo che permane nella loro terra di provenienza) non sapevano che mi stavano offrendo su di un vassoio d’argento i miei intercalare.
dopo alcuni scambi di convenienza sono partita con la filippica:
com’era possibile che non avessero preso l’occasione per mostrare tutta l’architettura di frontiera di cui il Sud-Africa e’ pieno, senza avere fatto il minimo sforzo di interagire con essa?
caduti dalle nuvole, avendo davanti l’unica persona che si degnava di parlare con loro, hanno riproposto la solita tiritera dei pochi finanziamenti e del poco tempo a disposizione.
non sapevano neppure del progetto del mercato di Durban presentato nel padiglione centrale di Aravena, ai giardini, ma si fregiavano dell’aver potuto fare molto meglio della Germania. purtroppo il padiglione Germania non l’avevo ancora visto e non ho potuto rispondere in merito (solo meglio per lo che cosi’ fosse stato!), ho solo continuato nominando Alexandra e tutte le altre zone degli slums. non mi sono attardata sui progetti di cui ho avuto l’occasione di partecipare, perche’ la loro lavagna era nera, senza una scritta. c’era qualche nero che circolava, forse qualche cugino del politico di turno.
con la faccia di gomma degli inglesi facevano rimbalzare ogni provocazione perche’ non erano in grado neppure di coglierle. da buoni pretoriani potevano solo cogliere i comandi dell’imperatore di turno!
l’esaltazione del giro in arsenale, del padiglione centrale ai giardini e le chiacchere del deserto rosso, riceveva una battuta d’arresto con la delusione di non aver visto esposto i progetti delle comunita’ ai margini del capitalismo.
solo rammarico per la cecita’ del potere ed incazzatura per l’occasione mancata.
mi vengono i dubbi (solo per essere magnanima!) se fossero potuti essere in grado di capire il titolo del tema da svolgere e pretendere di essere in grado di fare meglio dei tedeschi.
solo boria coloniale inglese che parla afrikaan.
per fortuna mi avevano risparmiato le ville dei ricchi in ‘Venetian style’!

per fortuna il grado di esaltazione era persistente, come pure il grado alcolico.
il giorno prima, l’impatto con la biennale d’architettura e’ stata la benedizione del mondo che invade i giardini con i suoi contrasti piu’ acuti e l’architettite riaffiorata ha giocato la sua parte.
nel riuso dei materiali e nel non buttare via nulla, nel recuperare i significati dell’abitare, nel non trascurare i margini, nel prendersi le responsabilita’ dei nafasti capitalisti… tra gnomi, orme ed evidenze, tra la miriade di omini di Kehre’, non piu’ appesi ad un filo, ma piantati sui bastoncini fluttuanti, tanti, forse troppi…cambiare lo scenario con un foglio di latta, mischiare carte, funzioni, eta’ e ricchezza perche’ ‘il buon design umanizza ed il cattivo design brutalizza’.
giungere poi all’apoteosi (la gente mi guardava storto per il mio continuare a ripetere, incredula: ”Che figo! che figo! non ci posso credere!”) in arsenale, il giorno dopo (quella della filippica ai sudafricani per intenderci), con le infinite testure ibride, i modelli a scala 1:1 dell’abitare antico, nomade, di dettagli disegnati dalla maestria, pietra invasiva nel suo permanere, ma ritrovata a dialogare con la proposta di un costruire per aiutare a creare visioni, fino alla scala solitaria tagliata dalla luce a cui tendere.
niente di piu’ poetico ed utopia dell’immagine della donna che sale sulla scala verso il cielo, il nulla o l’infinito, che sono la stessa cosa.
per una strategia obliqua al pensiero della specualzione fondiaria, per il fallimento del cemento e dei costruttori annessi, per il default dell’economia globale, per il riscatto dell’architettura senza lo sfregio di qualsiasi permanenza, anche quella piu’ nobile e ‘bella’.
per l’azzeramento delle professioni in quota al mercato (in primis il fallace di architetti, designer(s), costruttori di mobili e sedie,…) e la dinamica del creare nel sociale le alternative condivise.
c’e’ chi di questo ne ha fatto la buona pratica nella quotidianita’ professionale, ma non e’ ne’ europeo, ne’ Nordamericano e si chiama Alehandro Aravena.
ce ne sono tanti altri, tra le pieghe.
recriminando anche per la devastazione dei cinesi nell’avere eliminato le cisterne dal loro padiglione per proporre la moda effimera del vestire tra dinastie ed operai-contadini (anche se interessante), ho by-passato l’Italia ferma al suo futurismo ed ai manifesti proclamati all’inconsistenza di cemento e mattoni, nonostante il verso a palafitte di legno, senza alcun mare sotto, anche se a disposizione a quattro metri di distanza. nessun richiamo ai rifugiati ed ai cittadini del domani, ma solo persistere nell’auto-definizione di specie in via di estinzione.
l’italiano, come lingua e popolo, non esisteranno piu’ per la loro ricchezza. neanche il tentativo di richiamare i segni delle emoticons di Depero potranno far sopravvivere la storia e la demografia sara’ il giudice supremo.
quali saranno le citta’ che i rifugiati si costruiranno? non saranno certo quelle dei deliri di architetti venuti fuori dalle universita’ italiane, una volta gloriose, ma che, oggi, ripropongono il nastro rosso di Fuksas come distintivo. eliminata anche urbanistica di ca’ Tron, per i vari sottoinsiemi di progettazioni inconsistenti (come incosistente e’ il progettare), si e’ fatto fuori l’ultimo baluardo di pensiero comprensivo di varianti nella dinamica urbana, unico riferimento a tutto cio’ che non lo e’. regge ancora il politecnico di Milano per il suo occhio rivolto alle pensare aziendale di memoria brianzola ed all’urbano milanese interattivo con scambi e dinamiche.
restera’ solo l’intellettualismo goliardico degli architetti nel loro deserto rosso, che pubblicheranno riviste pregevoli per gli ultimi nostalgici. la bellezza della carta stampata sara’ il solito valore di pregio, ma il rogo e’ sempre in voga.

il trascinamento ad un centinaio di chilometri da casa, nel tempio del misuratore della febbre comune, fuori dal provincialismo asfissiante, e’ stato cibo per il cervello e raggiungimento di adeguato livello alcolico.
se non fosse stato per quei mopane-worms snobbati dalla presunzione bianca e che avrei potuto sgranocchiare sorseggiando il metodo classico, i primi due giorni di biennale sarebbero potuti essere memorabili…nonostante i piedi al vapore.

postato su facebook il 5 giugno 2016.
(elisa)Betta Porro