non sono bastati gli OHM.

per levitare!
avrei voluto sollevarmi in barba alla gravita’ per scarabocchiare stizzita, cancellare e mandare all’aria i pupazzi che invadevano l’altare.
avrei usato i colori delle vetrate della chiesa anglicana per meglio mimetizzare gli sgorbi.
e’ uno di quei casi in cui il fatidio e l’incredulita’ della pochezza non ha avuto la meglio sulla curiosita’ di dove sarebbe potuta arrivare la sfacciataggine di mettersi in scena. mi hanno aiutato il soprano ed il violoncellista e la speranza di potere ascoltare qualche degna nota da loro. mentre il resto era da recita da oratorio. canto intonato e recita da cani.
anch’io come un cane cercavo di annullare l’insopportabile proposto con il mio noise direttamente prodotto in pancia, portato in gola per poi uscire come un lieve russare.
ero nei banchi in fondo della chiesa, non avevo nessuno troppo vicino e mi guardavo intorno guardinga per vedere se avessi causato fastidio. nessuna reazione. evidentemente ero sufficientemente intonata con il gracchiare che sovrastava.
solo qualche bagliore quando al violoncello veniva lasciata qualche nota ed alla soprano si permetteva di dare aria alle corde vocali.
se fosse rimasto tutto al buio non ci si sarebbe dovuto sorbire scena e spostamenti scenici che anche nelle recite all’asilo dalle suore sono fatti meglio.
nonostante il tenere gli occhi chiusi e l’OHM per la levitazione non riuscivo ad evitare di immergere le braccia nei barili di colori con il desiderio irrefrenabile di imbrattarli di contemporaneo, magari anche con qualche bella secchiata alla Pollock.
i gong che sono spuntati fuori, ad un certo punto, ben si addicevano alla cena che viene annunciata su di una nave da crociera, lo stesso richiamo al po-po-po della Crown Princess che aveva infestato le rive nel tardo pomeriggio.
forse c’era un sottile richiamo al dadaismo, talmente sottile da non essere visto come i fuochi d’artificio sparati dal molo audace con il sole ancora alto. certo che un paio di petardi gli avrei sgangiati anch’io sotto i banchi della chiesa per ravvivare il tutto.
meno male che persone, sicuramente meno insofferenti di me, se l’erano svignata ben prima dalla fine, arrivata al buio con la luce di una candela che veniva spenta ed il mio incredulo: ”Oh, mio Dio!” l’applauso finale e’ stato cio’ che e’ riuscito a mettermi in reale imbarazzo facendomi telare a gambe levate, dopo aver confessato ad un fortunato che non aveva assistito il mio desiderio di volermi levitare ed il suo:
”Levitare affinche’ si potesse creare il baratro di sotto.”

eppure avrei voluto scrivere di umanesimo dopo gli incontri ravvicinati con hacker e robot, ma se questa e’ la cultura che possano i cyborb prendere il sopravvento e che la Tesla faccia presto l’interfaccia per il cervello umano.
l’umanistico vive nell’autocitazione e l’umano sottosta’ a scienza e tecnologia.
neanche i golem riusciranno a perturbare i robot.
i modelli sociali sono sempre gli stessi utili a colonialismo e controllo ed in india ci sono piu’ ingegneri di santoni.
chissa’ se Buddha potra’ qualcosa nella resistenza all’interfaccia cerebrale?
se poi l’umanista e’ anche scienziato, allora molto meglio Frankenstein/Prometeo, sapere sciolto dai vincoli del mito, della falsificazione e dell’ideologia, il mostro che, con il fegato in mano, sfida il divino per il potere creativo dell’uomo.
la beffa e’ che il mito proteggeva l’umano e l’umanista ne era il cantore, mentre il robot non se ne cura. assimila sapere ed impigrisce il fegato, despota e mercante di schiavi.
nel prostrarsi alla tecnologia l’umano ha cancellato l’umanesimo e le discipline umanistiche vanno in soffitta. neanche in cantina.
ne’ Bacco, ne’ Dioniso, per inebriarsi senza convenzioni sociali stabilite arbitrariamente, ma la regina dei Borg (il riferimento al cyborg non e’ casuale) di Star Treck come modello da perseguire.
nel frattempo bisogna sorbirsi tutte le pappe che ripropongono tutti i modelli del passato glorioso ormai artefatti.
in attesa dei droni-sgabelli per la levitazione antigravitazionale ed il lancio di secchiate di colori di cui potro’ avvalermi, solo il noise russato resta a portata di mano, anzi di stomaco, contro il decrepito occidentale.

intimorita e demotivata dal contingente, avevo deposto le dita dalla tastiera, risparmiandomi accidenti e fatue, ma umanesimo e robot sono venuti in mio soccorso: l’urgenza di denunciare mediocrita e perbenismo borghese e’ intrattenibile.
fatevene una ragione!
non c’e’ ‘wunder’ che tenga!
mi consolo con l’aver visto i monumenti di Bogdan Bogdanovich per la Yugoslavia di Tito, accompagnati dal violino di Denis, suadente e deciso, preciso e virtuoso. forse perche’ Macedone-Turco-Svizzero con una capacita’ di racconto sprigionata da ogni piega del corpo in un breve appetizer da aperitivo?
(per la cronaca c’era anche Sebastian, il fotografo, che azzardava la chitarra senza fare troppi disastri se non l’aver osato cantare!)
mi consolo con la grande pernacchia napoletana per Higuaim, la stessa che giro ai diretti interessati come accompagnamento nel prenderli a secchiate di colore in faccia.
… dopo la levitazione.

postato su facebook il 1° aprile 2017
(elisa)Betta Porro