pantere grige.

e’ un dovere regalare bellezza.
se, poi, si mette in discussione il pensare borghese, diventa sublime.

devo ancora metabolizzare il bombardamento di bellezza di venerdi’.
dopo il solito tuffo in quello che la Repubblica ha definito lo stabilimento balneare della segregazione, il Magazzino delle Idee mi attendeva con l’inaugurazione della mostra La Genesi del Sogno.
c’era di mezzo anche Woland con il suo Prometeo.
una naturale antipatia per lo spazio ristrutturato (si fa per dire), confezionato per mostre ed incontri, era bilanciata dalla vicinanza a casa e dalla curiosita’ del procedere del progetto Prometeo.
Woland, in piu’, ha l’ambizione di fare le cose in grande, avendo alle spalle pantere grige patentate.
i quadri che mi accoglievano, Vecchiet e Morpurgo, di marchio autoctono, portavano segni in antitesi, l’astratto ed il figurativo.
piu’ in la’ Fonda, il collage digitale.
una galleria di foto in bianco e nero delle menti pensanti ed agenti il progetto.
come al solito non sapevo cosa mi avrebbe offerto la mostra e non ne avrei potuto sapere molto essendo arrivata tardi per la presentazione.
passati i preamboli mi immergevo nell’esposto.
altro che immergersi, quello che vedevo era un sogno.
tra saluti, apprezzamenti, urla trattenute, sproloqui…sarei andata a prendere la brandina piegata nel cofano della macchina, sempre pronta per un tuffo, per piazzarla in centro alla sala e non muovermi piu’ per i giorni a venire.
mi sarei comunque distesa per terra ed avrei rotolato sulla pietra del pavimento, magari saltando come una scimmia per esprimere la mia felicita’ a cio’ che vedevo.
la scuola ed il segno delle avanguardie russe si riversavano ai miei piedi in tale e tanta consistenza che continuavo a cercare un quadro dove soffermare il mio sguardo, ma subito quello accanto mi rapiva.
era una giostra di colori, segni, tematiche che portavano la data degli anni duemila, ma che riportavano, prepotentemente, alla potenza del cuneo rosso.
ogni accenno di pennellata era sapienza e ritorno.
anche se solo coll’anima ballavo e godevo di quel dove e quando da quasi dover distaccarne gli occhi per poter respirare.
meno male che le chiacchere con la godibilita’ di amicizie incontrate riuscivano a distrarmi ed ad aiutarmi a non cadere nel vortice.
incredulita’ e godimento che sfacciatamente manifestavo al critico d’arte Edward Lucie-Smith, ringraziandolo per essere a Trieste ed averla onorata con tanta bellezza. avendo gia’ testato, in precedenza, la mia sfacciataggine, divertito, mi rispondeva, gentilmente, con l’a-plomb tutto inglese di chi ha la prassi di trovarsi in banca il cassiere punk.
mi parlava della piacevolezza di stare e fare le cose a Trieste e che sarebbe ritornato anche a settembre. avrei parlato ore con lui, ma la decenza e gli sguardi atterriti degli altri organizzatori mi accomiatavano.
non volevo andarmene.
solo il pensiero che ci sarei potuta tornare mi dava un minimo di conforto, ma l’unico vero conforto sarebbe stato quello di possedere il portafoglio di un collezionista e comprarmi tutti i quadri, nessuno escluso.
non avrei saputo quale scegliere.
anche quelli che sembravano di tono minore, guardandoli piu’ a fondo, competevano con quelli piu’ ammiccanti e semplici da leggere.
ero di fronte ad una delle massime espressioni nella sapienza compositiva e quello che non riuscivo a capacitarmi e’ come l’esigenza compositiva dell’inizio del secolo, che avrebbe chiuso il millennio, era ancora cosi’ impellente ed attuale.
le linee ed i confini non erano piu’ cosi’ puramente geometrici, ma la morbidezza li rendeva ancora piu’ pressanti e suadenti.
quando artificio e artifex si compenetrano nel dipinto di un quadro, tela, segno e materia pittorica non hanno paragone alcuno. cosi’ la pittura di Oleg Kudryashov.

solo il narcisismo di andare a prendere il ritratto che Roberto del Frate mi avrebbe dato in dono, mi distraeva e vezzeggiava a sufficienza da seguirli nella loro residenza.
se penso a dei principi, penso a loro, RobertadeJorio e Roberto del Frate.
il prosecco accarezzava la gola, le chiacchere ed il mio imbarazzo a ricevere un tal dono.
di come Roberto non avesse avuto paura a far uscire e segnare la mia durezza, il mio lato maschile, ero felice.
la squisitezza della loro ospitalita’, casuale o da vernissage, da veri principi, andava giu’ insieme alle bollicine di prosecco, mentre la moltitudine di cani completava la cornice.
un intermezzo che aiutava a sopportare il peso della bellezza.

era serata da pantere grige (Claudio Misculin ne e’ degno rappresentante) e di mostri come Franco Rotelli al Lunatico Festival.
sara’ stato lo scenario dell’ex-opp, sara’ stata l’ubriacatura da scorie di post-avanguardie russe, sara’ stato il caldo reso sopportabile dalla brezza della sera, l’essere nell’avanposto della rivoluzione basagliana mi faceva sentire una privilegiata.
cercavo di postare in diretta su fb gli appunti presi in corsa e la corsa era a cercare di trovare le tacche sufficienti a che la connessione funzionasse.
qualcosa si stampava sulle notizie, tanto altro veniva mangiato.
perché andare contro un delirio?
il potere era vuoto.
il re era nudo.
la casa del marinaio nei racconti di Misculin fermavano il palco solo intorno a lui, come solo un attore fino all’anima puo’ fare nel riproporre i ricordi.
Rotelli: “Aresteme!” alle forze dell’ordine che, a Roma, cercavano di interrompere l’azione dei manifestanti.
Misculin: ” Co iera Rotelli ierimo tuti tranquili.”
perche’ nel pensiero di Basaglia c’era l’esistenzialismo francese.
”Su tutto si discuteva, era una provocazione continua.
Prendeva sul serio tutto.”
Trieste ed il rispetto dell’individuo, dove i poteri non sono forti, un Budinich ed un Centro di Fisica possono nascere.
Dongetti: ”Cerchiamo di fare casino!”
le istituzioni sono aperte o chiuse:
“Bisogna mettersi d’accordo” dice Misculin;
“In una società complessa, si’…ma anche se non lo e’.” aggiunge Rotelli.
“Ancora un patrimonio da fare per differenza.”
la burocrazia dell’anima.
mancano 5000 rose.
quelle che abbiamo messo e quelle che non l’abbiamo fatto e mancano.
intessere amori.
ogni rosa che c’è richiama quella che non c’è.
le rose che non ci sono le vedo ogni mattina.
inerzia colpevole.
controriforma.
la rosa che non c’è.

poi le domande di giovani donne che tra presenzialismo, naivete’ ed assolutismi pretendevano di rimarcare i muri dell’anima a cui sono costretti i pazienti nel prendere le medicine che rincoglioniscono.
la pazienza di chi dopo miliardi di ore di assemblee rimarcava i confini del tema in discussione e, poi, bonariamente, si metteva alla pari nel dare risposte anche se fuori dal tema della serata.
”…fraseologie e neologismi che dicono di nuove pratiche.
Vorrei ci fosse una geografia del fattibile…
in una societa’ complessa siamo tutti delle istituzioni.
Si tratta di trovare un altro vestito.
Non si può stare senza vestito.
Non si può fuggire a qualche rete.
…io non vedo piu’ i matti di una volta.
Impazzire si può.
…rete di connessioni tra collettivi ed allargarle…
lavorare per criticare le parole assolute. Bisogna lavorare su parole molto relative.
Il baco nella mela.”

poverta’ e follia.
strano, ma anche se alla fine, Lunatico Festival con le sue narrazioni lo proponeva.
“Le sfighe sono tante…
I riduzionismi fanno male alla salute di tutti, ma non bisogna negarli…
Noi lavoriamo per una società che si organizzi a risolvere le questioni…siamo stati i primi a creare le cooperative sociali e le borse lavoro.
…regolarsi in scienza e coscienza…”
era cibo per la testa e l’anima quello che stavo mangiando in quella specie di giardino con un palco sotto la facciata del padiglione M, anche se, inutilmente, alla ricerca di pubblicare qualche brutta foto per urlare ai miei contatti cosa stava accadendo li’, in quel luogo.
e’ stato quando sono riuscita ad afferrare la metodologia, probabilmente inconscia, condita con il riferimento alla pratica quotidiana come unica possibilita’ alla non-istituzione, di chi riusciva a riportare l’assemblea entro i limiti del tracciato voluto, anche se troppo formale e con poco casino, la mia esaltazione incominciava ad andare in escandescenza.
il mostro non sara’ stato una pantera grigia (troppo vecchio per appartenere alla generazione di chi e’ tenuto a dare indietro tutto quello che ha ricevuto nel minor tempo in tutta la storia dell’uomo), ma tanta materia grigia era stata messa in esposizione anche se il predominio patriarcale portava la firma dell’imborghesimento (Franco Basaglia e’ mai salito su di un palco con tutta la corte intorno per presentare un suo libro?).
cercavo di immagazzinare nel cervello, che era gia’ pieno della genesi del sogno russo, sperando che non troppo potesse straripare fuori per potere decantare meglio tutta la bellezza.

incredula del fatto di potere riuscire ancora a sorprendermi, rientrando a casa, sull’altro lato della strada, vedevo camminare quattro barili tracagnotti femmine ed un barilotto maschio.
attraversavano la strada e si dirigevano verso il mio portone, probabilmente ospiti delle camere del secondo piano.
inchiodavo di colpo i miei passi e valutavo l’orripilezza che mi si stava prospettando davanti: prodotti nostrani del sud in missione turismo.
chiudevo gli occhi per non contaminare la vista.
non avrei potuto/voluto condividere l’ascensore e neppure l’attesa di un secondo giro. meglio l’inerzia di qualche minuto, in mezzo al marciapiedi, immobile.
dopo qualche minuto, scongiurato l’incontro con i barili alieni, riprendevo a camminare verso il portone di casa pensando a quanta poca bruttezza era necessaria a distruggere il bello visto, respirato, gustato anche se in dosi massicce.
per annullare l’infestazione di turisti-barili ne devi spalmare di strati di bellezza, Trieste! non credo che tutti quelli che hai saranno sufficienti a neutralizzare l’orrido del vacuum di ogni vacanziero che ti imbrattera’.
altro che multe ai graffittari!
pedaggio altissimo a chi vuole venire a fare vacanza e che il vacuum se lo consumi a casa propria perche’ inquina l’aria.

ecco perche’ le foto storiche del manicomio di Basaglia ritraggono donne e uomini bellissimi.
la dignita’ della follia.

 

scritto su facebook il 9 agosto 2015.

 

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(elisa)Betta Porro

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