ri-Laibach.

ero molto curiosa di rivedere il concerto, dopo un paio di mesi dall’aver goduto del precedente e dopo la loro esibizione in Korea del Nord, primo gruppo occidentale ad esibirsi nel paese ancora sotto dittatura socialista novecentesca.

in piu’ la variabile del teatro sloveno, forse il piu’ bel teatro di Trieste e chicca-dominio della comunita’ slovena, avrebbe portato valore aggiunto.
la curiosita’ era anche per il tipo di gente che avrei incontrato, sperando fosse un po’ piu’ cittadina dai paesani incontrati a Nova Gorica.
nella tradizione del teatro sloveno tanti sloveni autoctoni, anche quelli che erano al concerto solo perche’ proposto in quel teatro, un paio di djs (di quelli che contano), troppi pochi musicisti, facce conosciute, darkettari all’arrembaggio ed improbabili punk. abbastanza giovani, tutto sommato, per la citta’ con la popolazione piu’ vecchia al mondo.
redarguita per aver messo l’accento sbagliato nell’aver pronunciato Nova Gorica con l’accento sulla prima sillaba e non sulla seconda. e’ stata l’ennesima umiliazione al mio non riuscire neanche a sbiascicare una frase nell’improponibile lingua. sempre un po’ di distacco tra i sloveno-parlanti a volere marcare la differenza e non c’e’ molta differenza con gli austriaci.
d’altronde erano e restano gli Austriaci del Sud.
Vienna mi e’ servita anche a questo nel cercare di destreggiarmi tra a chi e’ permesso ed a chi no. se sull’altipiano il diventare sommelier mi ha permesso di entrare nella considerazione di osmizzari e produttori di vino, non ho bazzicato a sufficienza l’intelligentia cittadina, ma qualche saluto ed anche qualche sorriso lo ricevo nonostante tutto.

il concerto e’ stato maestoso, quasi o anche del tutto epico.
nessuna sbavatura a chi inneggia alla rappresentazione delle disciplina fino alla proposta dell’estetica della dittatura per stravolgerne l’etica con gli stessi segni, ma con significato opposto.
nella prima parte del concerto scenari e scene di prologhi, svolgimento e conclusioni totalitarie. elettronica e composizione classica per raggiungere vette sempre piu’ alte ed impossibili.
le offerte al tiranno per rabbonirlo e lusingarlo.
futuro e passato per scompigliare le carte.
tutto d’un fiato, quasi senza l’intercalare di applausi.
immagini e suono di volonta’ di potenza.
la nota industriale a renderlo inconfondibile.
i musicisti fermi sul palco, ognuno senza mai abbandonare la propria postazione, per non togliere nulla alla maestosita’ del visual e delle luci.
impeccabili fino alla perfezione, quella che non annoia, che non e’ maniera, ma coerenza con il linguaggio voluto, con l’eredita’ dei grandi concerti del rock anni ’70.
quando il palco ed il teatro hanno la loro ragion d’essere.
BLODY SOIL – REFUGEES – CIRCLE -THROAT
BLACK CROSS BLACK CIRCLE – FUNERAL
BURN YOUR CITIES AND DISNEYLANDS
HELLO EUROPE – EUROPE IS FALLING APART

nell’intervallo il valzer.
come riportare ai presupposti ed il pubblico, nell’eredita’ dell’Impero, forse, non ci ha neppure fatto caso per l’ovvieta’ dell’essere suonato.
se la prima parte non aveva nulla del concerto precedente, la seconda parte, invece lo riproponeva in parte.
quasi il contentino a chi era venuto per sentire suonare i pezzi che si possono ascoltare sui dischi. forse, perche’ gia’ visto, anche se sempre sorprendente nella centralita’ dei messaggi, erano la parte che peccava di piu’ nell’essere prodotto occidentale anche se dalla prospettiva dell’est.
l’immagine della piuma che quattro ragazzi devono tenere in aria soffiando e’ il controcanto al campo di fiori dove volteggia la ragazza coreana.
MY FAVOURITE THINGS
NO SURRENDER – NO COMMAND – NO REPENT
DON’T TRUST – OCCUPY WALL STREET
NO GOD NO RULES TO SCARE YOU ALL
COLLECTIVE BEINGS – RESISTANCE
LIFE IS LIFE – IS THE FEELING OF THE PEOPLE –
IS THE FEELING OF THE LAND
LEBEN HEISST LEBEN – LIEBEN HEISST LIEBEN
ammiccanti al mio pensiero nel trovare conforto e significato.
didascalici e impenetrabili nella loro missione.
profondamente Yugo e magistralmente Europei.
il pubblico li ha traditi non danzando una nota.
troppi borghesi accomodati sulle comode poltrone rosse.
troppo poco vivere, ma solo osservare.
nessun rituale collettivo anche a Trst come tra i campagnoli sloveni.
poca gratitudine nel ricevere l’omelia se non nel poter dire di avere visto il concerto.
forse, un po’ di colpa e’ anche nell’essere loro cosi’ teutonici.
forse, troppo sofisticati per rischiare di travolgerli.
forse, nessuna danza potrebbe essere cosi’ totalitaria.

c’e’ qualcosa che non riesco ancora a decifrare.
forse, in questo volersi ancora porre domande c’e’ l’antidoto alla facile idolatria.

 postato su facebook il 26 aprile 2016
(elisa)Betta Porro