sconfinamenti.

Vienna mi ha drogato di cultura.
Trieste mi accoglie nel suo femminile emancipato.
Asmara DOC (Denominazione Origine Controllata).

ho imparato a sconfinare nella mia vita quando le mie radici sono state recise ed ho dovuto abbandonare la città’ natia, profuga dall’Eritrea.
ho provato a farle ricrescere come talea, ma solo qualche timido fiore e’ sbocciato. i frutti sono abortiti nell’acinellatura del chicco senza seme.
ho scoperto che l’unico conforto mi veniva nel stare in bilico sul confine del significato. non mi faceva sentire estranea e neppure appartenere.
e’ stato spesso attaccarmi con le unghie e con i denti ai nuovi linguaggi che riuscivo a comporre, sempre frammentari, ma tuffandomi nella profondità’ del segno che cercavo di decifrare.
e’ stata Vienna ad offrirmi la chiave del conforto della cultura vissuta in strada e ne sono sempre più diventata dipendente.
ho bisogno di cibare la mente per riuscire a calmare i pensieri e tradurli in linguaggio del vivere.
e’ Trieste che disegna tra mare, cielo e roccia l’orizzonte lontano su cui sospendere pensieri e appartenenza.
ho bisogno di vivere nella libertà’ di movimento e di solitudine in compagnia del femminile emancipato triestino.

e’ stato il salotto viennese, che, la scorsa estate, ha prepotentemente esibito nella ex-Pescheria Centrale di Trieste la determinazione con cui la capitale austriaca e’ leader nelle industrie creative, a spingermi a scrivere delle annotazioni sul diario di fb di ciò che non pensavo sarebbe mai potuto accadere. e’ stata come una valvola di sfiato alla compressione di arte, elettronica, danza, presentazioni, incontri, mostre, performance, cibo e vino di cui, ogni sera, riempivo il serbatoio. quello che non riuscivo a comprimere dentro corpo e mente, fuoriusciva come parole scritte su di uno schermo illuminato, quasi a volere lasciarne traccia per potermi rendere conto che stesse avvenendo. sono stata onorata di una partecipazione come performance artist ed ho cercato di ricambiare con l’omaggio alle due città che mi permettevano di vivere l’impensabile. lo stile eclettico del Salone degli Incanti ha espresso tutto l’eclettismo delle due città.
questa infarinatura eclettica, da studi di architettura, e’ l’inchiostro con cui scrivo, rigorosamente, in minuscolo e da cui parto.

la mia scrittura e’ minuscola come venivano scritte le prime e-mail, perché il collegamento internet era alquanto costoso e non si sprecava tempo nel digitare le lettere maiuscole. e’ minuscola perché non ha nessuna pretesa di essere dotta, ma piuttosto scrittura per tradurre segni in parole.
a volte il segno e’ il mio corpo, altre volte, sempre meno spesso, il disegno su di un pezzo di carta o e’ l’accostamento di forme e colori di abiti vintage.
l’intenzione e’ politica: prendere le responsabilità con cui una ”pantera grigia” si deve confrontare nell’aver dato per scontato le conquiste della propria generazione e di quella delle sorelle maggiori (il femminile e’ prioritario e urgente).

il rincretinimento per un toy-boy digitale e’ stato galeotto nel cercare di ritrovare la bussola nella realtà virtuale.
mi sono ben che bruciata alle lusinghe che attraverso le parole di uno schermo illuminato hanno colpito le mie fragilita’ e mi sono sentita disadattata ed in balia delle statistiche che appartengono alle single della mia eta’. inadatta a gestire un mezzo che va ben oltre la capacita’ di analisi appresa nelle traduzioni di latino, attive e passive, in cui, per altro, ero piuttosto brava. c’e’ voluta la mia perseveranza a decodificare e cercare di capire come lo schermo digitale sia un diaframma con cui le generazioni di venti e trentenni, soprattutto maschi o nel maschile, fanno rimbalzare il reale nel virtuale usandolo come strumento di mistificazione alle loro paure ed alle loro incapacità di relazione umana. e’ una scuola in cui servono tutti gli strumenti di analisi acquisiti ad iniziare dalle traduzioni di latino, attraverso la matematica, la scienza, l’arte, la musica e la danza per riuscire a capire il metodo orizzontale del virtuale in cui tutto si appiattisce rendendolo simulacro di democrazia (forse l’unico luogo ancora possibile).

‘scrivi come nei cessi di scuola’ e’ stata la mia vittoria ed uno dei più’ bei complimenti virtuali che abbia ricevuto. raffazzonando un po’ di buon senso ed ore trascorse a studiare come l’abuso della pornografia e dell’uso promiscuo e spicciolo delle parole scritte continui ad essere la mercificazione del femminile, o come l’intelligenza emozionale sia carente e la base di ogni dipendenza, sono riuscita a comporre nel linguaggio da sub-cultura di cui tanto si cibano gli internauti di belle speranze. la decodifica del linguaggio, nonostante il mio analfabetismo digitale, e’ lo strumento per usare il virtuale come membrana di riflesso al reale e viceversa.
lo specchio del surreale e’ frantumato, non e’ composito e riaffiorano schegge per comporre collages da incorniciare e vendere come originali.
resta sospeso il fatto di dipendere da un algoritmo e di contare in quanto codice a barre (qua e’ dove incomincia a scricchiolare anche la democrazia digitale!).

‘scrivi come respiri’ e’ stata la lusinga a cui ho ceduto e che mi ha convinto a postare i miei scritti infedeli in questo contenitore che e’ molto di più di un’associazione tra due paesi che non confinano più tra di loro, ma che hanno confinato per lungo tempo. e’ il tentativo di richiamare il pensiero, molto più del solo nostalgico, di una Yugo fatta morire da una Europa analfabeta e solo rivolta all’esacerbazione del nazionalismo e del capitale asservito (indifferente ancora al massacro ucraino senza avere imparato nulla dal dissolversi della Yugoslavia!).
solo in quella Yugo può’ rinascere il riscatto alla decadenza dell’occidente ed alla triestinita’ bistrattata.
sarà il Ponterosso delle culture.

sconfinamenti di pensieri tra parole e segni del navigare notturno e randagio, rovistando tra la quantità’ immane di scorie e sacchetti di rifiuti che la rete produce dove vado in cerca di raccattare qualcosa da mangiare.
nonostante sia stata redarguita sul nome perché già quello di una pubblicazione, sconfinamenti e’ il nome che mi e’ stato dato e sconfinamenti e’ il nome che, orgogliosamente, mi tengo.

che cosa si fa per esorcizzare un compleanno quando, tra l’altro, con il latino non mi destreggio più’ così’ bene!

 

 

grazie Daria Viviani e associazione Italia-Serbia per dare una motivazione al mio scrivere-per-caso.
(dopo questo primo post di inaugurazione del blog in cui apprensione, agitazione e timore mi accompagnano, riprenderò’ il mio diario su faccialibro a cui attingerò’, in avanti ed in dietro nel tempo, per riempire il portagioie che mi e’ stato donato: i miei gioielli non sono di pietre ne’ metalli preziosi, sono solo monili dal design tribale).

 

photo del profilo di sconfinamenti di Guido Penne

http://guidopenne65.wix.com/artista-visuale

 
messico 387

in bilico tra i livelli della percezione: dalla scorribanda tra gli artisti del GRUPPO78 nel cementificio La Calera di Oaxaca (2013).

 

 

(elisa)Betta Porro

1 Commento

  1. Associazione Italia-Serbia 27/01/2015 Rispondi

    Cara cara Sisi, intemperante sorella minore! Benatterrata nel
    cuore della Yugoslavia! Ti lancio in fretta i rifornimenti e risali, dove non
    ci sono confini e – se ci sono – non si
    possono scorgere! L’aria, i fiumi, tutto ci appartiene e tutto ci unisce in un
    unico demanio/dominio…Scivola sul Danubio, dalla Baviera a Vienna , come lei , e
    poi ti aspettiamo qui dove Lui si
    congiunge con la Sava..
    daria

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