se fossi stata una mia allieva ti avrei massacrato.

non perche’ sono una brava insegnante (mai voluto esserlo!), ma perche’ le mie allieve riescono ancora a dire qualcosa con tutto quello che le ho fustigate!
mi sono trattenuta con le sirenocchie su cui mi sono imbattuta, un po’ per ipocrisia provinciale, un po’ perche’ non ero direttamente interessata, ma la mancanza di capacita’ (neanche il saper camminare) ed il pretendere di concentrarsi-per-interpretare, mi fa imbestialire.
sarebbe troppo facile la tiritera sui millennials, ma sempre li’ si casca: pretendere di essere capiti e non sapere/volere ascoltare/vedere.
ho cercato di trasmettere l’informazione dell’esserci nel condividere e di quanto onore le fosse stato concesso a partecipare (non da me, ma da chi lotta perche’ la sua arte possa trovare spazio).
sono riuscita ad evitare movimenti di esaltazione da prestazione, ma, non essendo neanche in grado di camminare, sarebbe stato il caso di muoversi il meno possibile.
pretendere rispetto alla propria presenza e non avere nessun rispetto per cio’ che ti circonda, tanto meno per l’artista la cui opera doveva essere messa in evidenza e’ maleducazione
meno male che ti davo le spalle, perche’, altrimenti, avrei potuto annodarti nel drappo e fare un bel fagotto che avrebbe avuto maggiore significato.
qua, invece, ci scappa la filippica contro il Veneto ‘ciesoto’,
dove a Jesolo non ci si puo’ mettere il costume sotto l’ombrellone, ma bisogna usare il capanno e, nel caso dovesse succedere, i genitori invitano i propri figli a guardare dall’altra parte.
capisco che c’e’ il prete che spia tra le tende delle finestre e la fabrichetta e’ l’unico tavolo da ping-pong in cui nascondere la scarsa terza media della maggioranza, per sentirsi oppressi anche nel vedere svanire i tentativi di chi ci mette faccia e lavoro, ma non ha il suv da mediocrita’ borghese.
la sua islamizazione e’ avvenuta ben prima dell’islam.
la frustrazione e’ d’obbligo, ma lo e’ anche l’imparare a fare.

quando non so piu’ quanti decenni fa (… credo tre) mi sono ritrovata ad insegnare danza, era perche’ non c’era nessuno, da queste parti e men che meno in Italia, che conoscesse l’esistenza della danza moderna (a parte un corso di Graham, ma sempre nel maniero della classica) e, dopo la scorpacciata di Bausch e Carlson veneziana, volevo misurarmi con le possibilita’ offerte dal corpo.
era un campo dominato da donne e questo e’ stato uno dei motivi scatenanti. mi sono ritrovata a fare la coreografa, prendendoci gusto, ma non ho seguito il consiglio della Saporta che avrei dovuto trasferirmi in Francia se solo avessi deciso di fare qualcosa con la danza. tante altre cose in mezzo, tra cui anche l’architettura e l’essere riuscita ad avere un gruppo semi-professionale (lo sottolineo) con cui lavorare. niente da fare, il buco nero triestino della mentalita’ impiegatizia ha preso il sopravvento oltre alle mire degli altri individualismi interni ed esterni. quando negli anni novanta cani e porci incominciavano a fare danza ‘contemporanea’, si e’ messa di mezzo Vienna con la laurea in architettura e danza-addio!
senza rancore, ne’ nostalgia.
e’ sufficiente il mal d’Africa.

poi la performance (quella cosa per cui il maschile centra ben poco) mi e’ caduta addosso per riciclare i rottami.
le ore macinate ad imparare/insegnare a camminare, tendue-pliè-ronddesjambes-batman, in parallelo ed in apertura, sempre a contare in inglese five-six-seven-eight, centinaia di esercizi trascitti di tecniche assimilate, addominali e dorsali,… tutto mi e’ venuto in soccorso per decidere di potere presentarmi nei luoghi non adibiti alla recita delle messe ufficiali.
sempre e solo gavetta a cottimo.
sul palcoscenico sarebbe meglio avere cani e porci, che officerebbero meglio dei troppi presunti tali (con le rarissime eccezioni del caso) perche’ il pullurare dei pretendenti esige l’eccellenza nell’osare calpestare la sacralita’ delle tavole di legno.
poi c’e’ la terapia del dopo-lavoro, con la dignita’ di qualsiasi gruppo di aiuto sociale.
e’ che con tutto il tempo libero dei disoccupati, oltre a leghismo e pentastellati, ci invadera’ lo stuolo dei sedicenti malfacenti che pretendono il riflettore puntato su di se’ per aver trovato l’ispirazione all’interpretazione o, ancor peggio per qualche progetto.
c’e’ solo una gerarchia che riconosco: quella dell’esperienza marchiata sulla pelle.

anche la chiusura del mio abito bianco e’ malfatta.
e’ una sbavatura: con la fretta-del-dovere-andare-in-scena non ho neanche provato.
e’ sgradevole.
…come tutti gli aborti grafici che cercano visibilita’.

non preoccupatevi, riferiro’ personalmente ai diretti interessati.
non mando a dire, neppure ai grafici.
ne’ carne, ne’ pesce, neppure vegana, interdetta e sospesa in qualcuno dei non luoghi, senza arte, ne’ parte, constato la non appartenenza a qualche parrocchia a cui poter chiedere l’elemosina.
volevo solo avere uno schizzo degno di post faccialibrista.

postato su facebook il 22 marzo 2017
(elisa)Betta Porro