senza speranza.

esattamente.
pensare di imparare lo sloveno.
dove, come e perche’.
e’ il come che mi frega.
se non fosse stato per gli amici vignaioli carsolini non avrei saputo con chi scambiare neppure due parole, sorseggiando la vitovska di Bole, dopo il concerto di Aleksander Ipavec ipo ad Opicina, mercoledi’ sera.
mi sarebbe piaciuto raccontare a qualcuno della bellezza che avevo ascoltato mentre intorno a me si svolgeva il brindisi ad Ipo della comunita’ e del suo primo maestro di fisarmonica ed e’ deventato il coro intonato a ‘zivio’.
e’ stata la stessa sensazione che ho provato per anni quando mi sono trovata in mezzo agli Austriaci, prima di imparare a sblaterare un po’ di tedesco: un pesce fuor d’acqua.
Aleksander Ipavec ha voluto presentare il suo primo disco da solista ”SOLO” sullo stesso palcoscenico dove aveva fatto il suo primo concerto, quarant’anni fa.
vicino ad Ipo, la sua fisarmonica sembra quasi un giocattolo senza peso e diventa un tutt’uno al corpo che la avvolge.
tanguito, tangazo, balcan, klezmer, ma soprattutto la ‘suite 4 elementi’.
‘aria di none’ toglieva il peso, ma affaticava il respiro che cercava di non finire, liberava la mente dai pensieri e rincorreva il sangue per avvolgersi nel mulinello della nona nota.
‘terra sospesa’, frammentato e troppo volutamente disincantato per convincere, ma cosa posso sapere io di come si corre a piedi nudi sulla terra carsica da bambini?
‘mare minore’ riporta tutta la capacita’ compositiva di chi e’ impegnato ad abbattere i muri mentali avendo vissuto su quella linea di confine che copriva le spalle e anche se cancellata sempre riproposta. quel profumo di mare che si sente guardandolo in lontananza cosi’ lontano, ma cosi’ vicino al piccolo fiore del ‘non ti scordar di me’.
‘tangazo’ e’ cosi ironico da giocare con il fuoco che ha divertito anche me che non sono una grande amante del tango criminale.
la genialata e’ ‘balkan blues’.
neanche un’ora prima, sorseggiando una birra, in riva al canale di Ponterosso, allietata dalla selezione di Wandervogel, dissertavamo tra la musica nera e quella balkan, tra Alma Negreta e Napoli Centrale. salendo ad un centinaio di metri dal livello del mare avrei ricevuto una risposta che piu’ esaudiente non sarebbe potuta essere: passare dal blues al balkan pestando sulle radici.
con il sale del mare ancora sulla pelle, dopo il primo tuffo della stagione al pedocin, senza speranza per non aver capito meta’ del racconto, la musica della fisarmonica cosi’ magistralmente suonata centrava tutta nella colonna sonora della giornata al suo finire.

ero indecisa sul tuffo al bivio di Miramare o sugli scogli della pineta di Barcola.
il traffico ha scelto per me: nella pineta qualche metro piu’ in la’ di dove ci sarebbe stato il concerto della Mescla.
tutto l’occorrente in macchina ed il sole all’orizzonte offuscato da un’umidita’ appiccicaticcia. refrigerio insperato e goduto senza parsimonia.
quando, malvolentieri, sono uscita dall’acqua i ‘uaglioni’ avevano gia’ iniziato a suonare. anche se vicini, il loro suono era distante, distratto dalla bellezza del mare.
non ci avevo fatto caso, ma mi hanno fatto notare che il mio vestito, lungo fino a terra, era spennellato con i colori delle onde.
a piedi nudi ho camminato sulle pietre del bordo della riva vicino agli scogli per prendermi ancora un po’ di mare. sempre a piedi nudi ho tergiversato, salutato, abbracciato, baciato, cercato l’erba per camminarci sopra e sentire il morbido sotto la pianta. non volevo mettere le scarpe ed intanto la musica faceva a gare con il mare per ricevere la mia attenzione. la terra polverosa, qualche sassolino qua e la’ e le radici degli alberi si mischiavano con le note di canti antichi. continuavo ad essere distratta ed a girare intorno per non essere intrappolata.
tanti visi amici, tanti sorrisi, musica e danze. la polvere sotto i piedi, tra il fastidio ed il divertimento, continuava a farmi cercare quelle poche zolle di erba sopravvissute alla calura. il mare era vicinissimo, ma si allontanava. restava il profumo e la sua prepotenza assopita.
giravo, ascoltavo distratta, ma quella percezione di famiglia mi abbracciava sempre di piu’.
ho messo le all-star azzurre giusto in tempo per aggiungermi al kolo. il rituale nella posizione privilegiata vicino alla maestra e le radici degli alberi erano le vere protagoniste. disegnata la spirale interrompendo il cerchio, il pezzo finisce. e’ stato l’unico ballo della serata perche’ il mare continuava a ballare dentro di me.
mi sono abbarbicata su di uno sgabello e, un po’ alla volta, porto i piedi sul tavolo rotondo messo intorno al tronco dell’albero. sicuramente poco per bene, sfrontata, ma, anche se in un equilibrio instabile, molto comoda.
si’, con i piedi sul tavolo.
cosi’ sono restata a vedere ballare la tammuriata mentre da una borsa magica sono iniziate e venire fuori le bottiglie con il nettare divino. la gentile falanghina delle terre campane e l’uvaggio bianco di malvasia e chardonnay. nessuna etichetta, ma persistenza di qualita’.
i brindisi sono stati tutti per il compleanno di Tonia.
e’ stato il pezzo strumentale albanese che mi ha rapito.
precaria sul trespolo la musica si e’ unita al mare alle mie spalle e le note hanno parlato la lingua piu’ rarefatta del Mediterraneo. il mare in cui stavo nuotando era fatto di note. finalmente mi ero accorta di quanto bravi fossero i giovani musicanti. forse in quel pezzo che seguiva la sinuosita’ del mare ogni piccola sfumatura colorava il cielo ormai buio.
cosi’, sospesa, e’ finita la musica.
ci ha sospeso, siamo stati sospesi.

la festa quasi clandestina sarebbe continuata con brindisi, rakija, pelinkovec e cuscus. il dolce di Koka, come lei, elegante nella sua semplicita’ diretta era perfettamente dolce. l’intrusione postuma di uno strudel salato, non ben definito, credo alla cipolla, ha interrotto la poesia. i limiti dell’alcol stavano salendo ed iniziando a creare interferenze sconquassanti.
tante belle donne intorno a me, tanta presenza di femminile emancipato che prendeva il centro della terra. risate e liberta’ al vento del mare.
Giovanna, una del duo Ballis, fra le ‘mule piu’ bele de Trieste’, guardando alle mie spalle:
”C’e’ un asino che sta passando.”
un attimo di silenzio, prima di una risata fragorosa, ma lei insisteva sulla presenza dell’asino. costrette a girarci con il bicchiere di rakija in mano vedevamo, non molto lontano, un asino che lentamente camminava.
se fosse stata suggestione collettiva era alquanto ragliante.
i liquidi ingurgitati necessitavano l’espulsione.
non sarei mai andata nella toilette a disposizione con tanti cespugli intorno.
mi sono avviata verso quelli un po’ piu’ fitti mentre ho incrociato l’asino che mi ha rubato una carezza.
la surrealta’ di un asino che ti osserva attentamente mentre fai pipi’ fra i cespugli e’ indiscrivibile. mancava solo la luna.
ripreso un certo contegno, con la faccia dell’asino che era diventata la mia, Bacco liberava verso il contendere del gioco di desideri dichiarati:
”Dimmi che sono senza speranza,”
”Siamo tutti senza speranza.” la risposta.
era nel muso di quell’asino l’essere senza speranza.

la famiglia ha continuato a suonare, anche ieri sera, in citta’.
i sopravvissuti della notte brava si sono ritrovati alquanto provati e qualcun altro si e’ aggiunto.
la temperatura all’interno dello Jar era insostenibile alla mia menopausa e la strada ha fatto da padrona. la musica dei Maxmaber Orkestar si sentiva, sufficientemente, bene. mi avrebbero perdonato se per una volta non li importunavo con le mie danze!
altre due donne con me, sorelle e pezzi di carne.
altro trespolo su cui arrampicarsi e lasciare che la brezza del mare rinfrescasse il soffocare dell’asfalto. i postumi dell’alcol necessitavano di una stampella.
per ore sono rimasta seduta, migrando di sgabello in sgabello, allontanandomi il minimo sufficiente dalla postazione.
la musica faceva da accompagnamento all’occupazione del suolo di cui ci si impossessava. non era il mare, ma la citta’ ed i suoi palazzi che offrivano spettacolo di se’ imponendosi a tutto cio’ che accadeva.
scheletri nell’armadio e rincorsa nella memoria dei nomi della gioventu’ che ci ha accompagnato per anni. con Eleonora e’ stato passato condiviso e vissuto, con Cecilia e’ stato passato sfiorato e lambito senza mai incontrarci. fra loro due ricordi riemersi con piacevole leggerezza di un’epoca in cui non esistevano i ricchi ed i poveri (anche se loro cantavano a squarciagola ‘che sara”) e Trst offriva il bello della sua laicita’ da confine.
c’era chi entrava ed usciva dal carcere senza essere stigmatizzato, ma salvato dai soldi di papa’ con i quali si offriva da bere. giovani e allo sbando di un made-in-Italy che avrebbe fottuto tutti. circondati di certezze che rifiutavamo e che, oggi, fatichiamo a non farci imprigionare. Portizza e bar Unita’ nella citta’ piu’ radicale d’Italia. quella stessa citt’a che stava a guardare con i suoi palazzi imperiali.
imperiale era anche ieri sera, in quello squarcio di strada.
Maxjur mi ha regalato l’immagine delle vecchie cartoline di Trieste davanti a noi.
senza marciapiedi e corsie di scorrimento. percorsi non obbligati ai pedoni che disegnano a piacere il loro tragitto tra le quinte della scena.
il nero dell’asfalto stonava sempre di piu’. il gradino del marciapiedi serviva per accovacciarsi e sedersi. il resto era l’accadere.
”Bettare’!” mi e’ giunto sornione e piacevole.

con quel ‘Bettare”, camminando in equilibrio sulla mezzeria della strada, contando i passi, mi sono allontanata felice, senza speranza.

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pubblicato su facebook il 6 giugno 2015.
(elisa)Betta Porro

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