stonature.

 

temporanemente sollevata dalle note dello gipsy swing dei Lache Prala, dalle chiacchere fra donne eterogenee e ben assortite sul canale, di ritorno a casa, gli sguardi rassegnati dei bosgnacchi sono riapparsi come spettri nella mia mente. subito dopo e’ riapparso l’incubo del rombo dei bombardieri, che passavano sulla mia testa prima di andare a bombardare e della mistificazione di qualsiasi guerra ”giusta”.
la responsabilita’ di essere rimasta seduta ad osservare impotente l’orrore che avveniva a qualche chilometro di distanza dal confine e’ tutta concentrata sulla bocca dello stomaco. non riesco a vomitare se non il disagio all’impotenza ed alla castrazione.
nessuna scusa per me occidentale, ancora di piu’ perche’ infestata dalla litania ipocrita della citta’ multiculturale: nessuno o troppo poco sdegno per cio’ che avveniva.

la stonatura diventa insopportabile se il genocidio e’ ancora nel negazionismo ed ogni nazionalismo arroga diritti sull’umano.
ancora piu’ stomachevole e’ la depravazione di chi si arroga il diritto del potere: solo mezzi politici che sovrastano la mediocrita’ per mantenere i privilegi di una societa’ che, fortunatamente, si sta frantumando.
peccato che paghino solo i piu’ poveri affinche’ i pochi possano mantenersi gli zerbini d’oro.

in questi giorni ritornano gli Olandesi prima come soldati dell’Onu, spettatori incuranti del genocidio di Srebrenica, poi come fra i piu’ accaniti del Grexit: loro e dei loro discendenti sono le miniere di diamantied oro sudafricane.
a chi pagano gli interessi?
anche la mistificazione di Tzipras e’ pronta sul tavolo.

il mio vestito bianco con fiori lilla, puro sintetico originale anni ’40, esibiva leggerezza fuori posto. il mio vagabondare cittadino del venerdi’ sera si sarebbe rivelato insostenibile.
diretta a salutare vecchie conoscenze che mi avevano invitato, un paio d’ore prima, all’apertura della terrazza lounge sulla marina, titubante nel ripassare davanti alla pescheria che era stato il mio porto, ogni sera, la scorsa estate, mi imbattevo nell’evento di grido della citta’: ITS (International Talent Support).
non ho mai avuto la spinta incontenibile di potervi accedere, (come spesso mi capita per concerti o mostre) ma, trovandomelo di fronte decidevo di irrompere.
ai banchi dell’ingresso non c’era ancora nessuno e, imperterrita, mi intrufolavo. subito un ragazzo moro magro, mi si avvicinava col fare di chi doveva esercitare il potere del pass appeso al collo. intorno a lui una decina di altre persone. spiegando subito che non mi interessava partecipare all’evento (all’esterno era tutto predisposto per un party), ma che mi sarebbe piaciuto vedere come era stato usato lo spazio per poter capire come era stato inserito all’interno della citta’ venivo indirizzata al sito web.
volevo capire dove volevo arrivare perche’ ancora non lo sapevo.
all’ennesimo non-posso-farla-entrare-senza-pass e se-non-ha-gia’-avuto-un-invito-non-ne-riuscira’-ad-avere-uno godevo impertinente con un:
”Scommettiamo che riesco ad entrare?…Chi c’e’ sopra di te?”
il ragazzotto chiamava uno, piu’ alto e belloccio di lui che, gentile, ascoltava, ripeteva 3 volte il suo nome (Sergio) e mi forniva il numero di telefono della responsabile della comunicazione che avrei potuto contattare.
”Dadaista.” mi diceva mentre ricercava il numero.
”No, semplicemtente, punk.” la mia risposta.
non so perche’, ma la voglia di intrufolarmi non era sufficiente.
salutando vecchie amicizie di quando facevo danza e con il fare piuttosto disinvolto, en-passant volteggiavo con i fiori lilla sulla gonna svolazzante e le all-star in tinta.

forse la terrazza sul mare sarebbe stata piu’ ossigenante.
invece depressione totale sul mare: quattro visi riemersi dal passato ed i fratelli osti inossidabili.
niente per me, soprattutto il target.
meglio i sardoni impanati.
me li sono gustati insieme all’insalata di radicchietto, pomodori e fagioli con del prosecco insieme a vecchi amici, questi si’, dai tempi in cui gli osti avevano una discoteca wave, in citta’.
continuavo a non capire dove stessi andando.
salutato ed incamminata verso il garage per prendere la macchina, mi giungeva il dj-set dalla postazione del jet-set di ITS. era tutto un programma (piu’ di quello gentilmente concessomi, ma corrispondente, perfettamente, all’immagine offerta dalla musica che mi giungeva): tecno da ossessione e droga per vaccinarsi alla decadenza.
incominciavo a dubitare che il giorno dopo avrei fatto la telefonata alla responsabile della comunicazione.
fuggendo via dal banale, percorrevo le rive pedonalizzate per un concerto in piazza grande con la gente del sabato sera intorno, alquanto anonima.
forse sarei riuscita ad ascoltare un po’ di Fedez.
qualcosa come musica mi si avvicinava.
”Si capiscono le parole che dice almeno quando parla, perche’, come sta cantando, adesso, (sempre che lo stia facendo!) non si capisce un bel niente?” pensavo e, di nuovo, celermente, fuggivo.
quando i tatuaggi ricoprono la pochezza.

chissa’ che forse sarei riuscita ad andare a vedere come riescono ad invecchiare le ragazze post-punk: c’era Eva al Lunatico Festival.
sempre con il piedino vispo sull’accelleratore (quello stesso che, prima o poi, mi fara’ schiantare contro qualche muro) sono arrivata in quel posto magico che e’ il vecchio ospedale psichiatrico, quello di Basaglia.
l’aria e’ piu’ rarefatta.
”…quando finisce il mare/fingo con il cuore…” sono i versi della canzone che mi hanno accolto.
questo era il posto dove sarei dovuta essere.
godibile, elegante, con i testi che sarebbero potuto essere stati scritti sulla mia pelle.
…le nuvole cadono lontano da me…
…regina veleno, nessuno ti crede, non credi a nessuno…
niente piu’ Prozac, non serve piu’. solo Eva.
l’accompagnamento, quasi unplugged, con tastiera e basso rendevano i testi e la voce ancora piu’ sofisticati, sinuosi, ma carnali.
il vestito, coi fiori lilla e la da gonna volteggiante, danzava ed io con lui.
io ballo sola…e l’avrei continuato a fare quando, finito il concerto, il dj-set mi riproponeva la musica che porto tatuata.
il corpo si libera ed i muscoli ripescano nella memoria salvata. ma qualcosa stonava. mi apparteneva, ma il colore sbavava fuori dal contorno del disegno. come se l’inevitabile del passato si distorcesse e volesse sfuggire ad gni schematizzazione.

il giorno dopo il pugno nello stomaco di Srebenica.
i morti che sono vivi ed i vivi che sono morti.
non ho telefonato piu’ alla responsabile della comunicazione di ITS perche’
sarebbe stata pura cacofonia.

ci sono suoni che sono muti, ma che sono insostenibili perche’ il cervello non li regge.
ci sono stonature che, quando riesco ad ascoltarle, mi rendono sostenibile il vivere.

a forza di stonature sono, completamente, stonata.
i fiori lilla del vestito con la gonna svolazzante sono rose…viola.

images

 

scritto su facebook il 13 luglio 2015

(elisa)Betta Porro

1 Commento

  1. Associazione Italia-Serbia 30/07/2015 Rispondi

    difficile, terribile, affidato ad una prosa molto bella e quasi singhiozzante..la Serbia ha costituito un giorno di lutto nazionale (il 4 agosto) per ricordare in perpetuo quelli che non ci sono più..

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