Ugo.

 

stasera me ne sono fatto uno a caso.
questa e’ l’estate di Ugo.
la prossima volta, pero’, pretendo sciroppo di sambuco carsolino.

attraversato Ponterosso, sulla riva del canale, le note sinuose mi aprono le ali per poter prendere il volo. e’ solo Battisti.
Vivien Vee e Cleo per una serata all’insegna del Big Ben ed il tempo trascorso sullo sgabello vicino al dj.
nelle opportunita’ da cogliere per un maschio e nei troppi-cantieri-aperti, coniato (chissa?) per la mia presenza da titolo di architetto, c’e’ la chicca della serata.
non sopportavo la musica del Big Ben, troppo commerciale, ma era la discoteca che rimaneva aperta piu’ a lungo (fino alle tre, tre e mezza) e Rene’dj era il mito dei missaggi col vinile. alla fine della serata ci scappava sempre un pezzo piu’ ose’ per lo standard discotecaro che condividevo con la compagnia di ballerine a seguito.
la narrazione delle sliding door di mr. Wandervogel e’ ineccepibile anche quando ci infila i Pooh.
da far arricciare il naso ai puristi.
e’ il solito mercoledi’ sera in cui attardo il rientro a casa e mi rinfresco con l’aria del canale, gongolandomi sullo sgabello.
fresca del giro fatto sul molo audace con Imma e Carlo, i miei genitori, dove abbiamo goduto del scenario della piu’ bella piazza d’Italia (meno male che le notizie dei giornali italiani sono gia’ vecchie ancora prima di essere scritte!) rendendo tributo alla piacevolezza della provincialita’.
era piuttosto vuoto il molo, segno del vacuum vacanziero infestante, ma il sorriso di Imma era il regalo piiu’ bello all’averla convinta ad uscire di casa a fare quattro passi.
”Scusami, ma chi conosce Vivien Vee, oggi?” chiedo.
”Nessuno, solo io!” risponde quello-che-dovrebbe-essere-un-dj-ma-che-e’-una-delle-wikipedia-ambulanti.
ne ho un paio di amici cosi’, di quelli che mi aiutano con i loro file di materia grigia senza dover ricorrere a Google. tutti uomini. intelligenza o memoria?
e’ con l’opportunita’ segnalata di chiudere un cantiere aperto con una di passaggio e’ che mi rendo conto che mi mette al suo stesso livello, quasi-un-uomo. ne sono fiera, non per l’opportunita’ (anche questo pensiero del maschile e’ piuttosto interessante) segnalatami, ma per il linguaggio della comunicazione instaurata. nonostante il mio cervello che fa acqua trovo referenti degni al pensiero.
i due giovani camerieri (una ragazza piccola che regala sorrisi ed un ragazzo alto che e’ avaro di sorrisi) hanno bisogno di aiuto a chiudere il seggiolone.
inesperti?
io non ho avuto figli.
pago Ugo e me ne vado.
‘Splendido spendente’ di Rettore mi offre il bisturi per salutare e pensare di potere anche andare a casa a tagliare la focaccia rimasta. per le vene ci sara’ un’altra volta.

Ugo e’ stato creato per le donne, ne sono certa.
mentre se lo fanno pensano agli uomini che non possono o vogliono farsi.
ha il nome breve per una perfetta amicizia intima.
fresco e frizzante.
alcolico quello che basta.
se non esageri non crea controindicazioni e la menta fa anche bene allo stomaco.
resta il problema del sambuco: voglio quello carsolino cresciuto sulla pietra e la terra rossa, quello che profuma l’aria fino a Trieste nelle sere di fine maggio.
quello che puoi fare anche con la pastella, tipo frittata.

il pensiero mi tradisce e scappa.
diventa mare.
mar Rosso.
i sambuchi che salpano le acque e pescano cernie e pescecani.
le vele quadrate e la maestosita’ del legno.
il sole che brucia la pelle ancora piu’ bianca per il sale.
pesce crudo tagliato ed offerto dai pescatori.

c’era felicita’ nell’incontro nell’arte in piazza Barbacan.
trame tessute su faccialibro che si trovano e raccontano i segni che si lascia.
un breve scambio di frasi con la figlia di un’Asmarina prima che lei entra nel portone di casa.
era stanca, forse per il lavoro ed il caldo insistente o forse per il troppo peso da sopportare. sorridente, ma serenamente triste.
del Mediterraneo rosso abbiamo parliamo, era inevitabile. non siamo riusciate a fingere.
”La cugina di mia madre e’ partita.”mi ha detto.
un tonfo al cuore.
”Era stata per sette anni nello Yemen e la tenevano prigioniera nella casa in cui lavorava. Le avevano preso il passaporto. Era riuscita a scappare e a tornare in Eritrea. Adesso ha pagato un sacco di soldi e prendera’ una nave.”
ci siamo salutate.
ho preso il peso e lo nascosto nelle parti piu profonde dello stomaco.
il cuore mi serviva per vivere la felicita’ di un incontro inatteso con il sollievo di aver potuto parlare di vita e di morte come di una stessa cosa.

ormai sono decine, centinaia i pesi nascosti e serbati che controbilanciano l’ipocrisia del vivere.
il sorriso di mia madre e la voce di mio padre che vuole tornare a casa anche se anche lui si rigenera al vento fresco che viene dal mare, sedendosi di malavoglia sulla panchina sul molo.
pesi che rigurgitano insofferenza all’ipocrisia del vivere borghese.
troppo poco coraggio anche se niente paura.
troppe strumentalizzazioni incombenti.
troppe vite da sacrificare.
la filantropia e’ territorio di solo marketing.
ogni giorno ammazziamo Dio per la vanita’.

chissa’ se un giorno potro’ ritornare a salpare su di un sambuco?
Ugo lo lascio a casa.

 

scritto su facebook il 13 agosto 2015.

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(elisa)Betta Porro

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